Tuesday, 25 January, 2022

Capitolo XIV – Ecce homo


 

NOTA: Sono vietate proposizioni, pubblicazioni, riproduzioni anche parziali e di singole parti di quanto andremo a pubblicare. Eventuali eccezioni potranno essere solo parziali e previa nostra autorizzazione scritta. Si avverte che non saranno tollerate inadempienze. Eventuali deprecabili inosservanze saranno immediatamente perseguite legalmente con il massimo rigore senza preventivi avvertimenti.


Capitolo XIV – Ecce homo

 

“Ed allor fu la mia vista più viva Giù ver lo fondo, dove la ministra Dell’alto sire, infallibil giustizia Punisce i falsator che qui registra”. (Dante Alighieri – La Divina Commedia, Inferno, Canto XXIX)

Non appena “perfezionata” l’intesa, secondo le …“rigorose” modalità illustrate, nei notiziari televisivi e sulle prime pagine dei quotidiani viene dato l’annuncio che è stato approvato il progetto della sperimentazione, con grande sollievo di alcuni, sgomento di altri.

Rimangono da definire le modalità precise per l’approntamento dei due galenici previsti – Soluzione di retinoidi e Melatonina coniugata – che già Luigi ha precisato richiedere “…purezza e stabilità di preparati labili, nonché precisione di preparazione1. Ma la sua speranza che, almeno, cessi il calvario di tanti malati impossibilitati a pagarsi la somatostatina, rimane subito delusa.

Come avremo modo di verificare, nonostante sia da tempo in atto una forte infiltrazione in “sedi chiave” di magistrati ad immagine e somiglianza di certi politici, nel 1998 in ampie zone dell’organico dei togati sopravvive ancora il rispetto del diritto e dell’autonomia della funzione giudiziaria. Bisognerà attendere ancora una ventina d’anni di nomine devastanti perché si giunga ad una pianificazione della magistratura “come tu mi vuoi”, per ricorrere ad un noto dramma di L. Pirandello.

I giudici del T.A.R. del Lazio, ritenendo ricorra la fattispecie prevista dal decreto legge del 21/10/96, intimano alla C.U.F. di pronunciarsi in merito alla gratuità del farmaco. Il ministro si affretta ad anticipare un verdetto scontato (“non può essere in alcun modo interpretato come una estensione della gratuità del farmaco”) e poco dopo arriva puntuale lo scontato parere negativo della Commissione Unica del Farmaco2.

A nulla valgono la presa di posizione del Codacons, che mette allo studio del suo ufficio legale l’impugnativa del provvedimento CUF, e dell’Ordine dei Francescani, che ne eccepisce la disumanità e chiede, con una lettera al Presidente della Repubblica, che si intervenga subito e decisamente per la dispensazione gratuita della somatostatina: senza esito, forse perché, pur cattolico come il ministro della Sanità, l’augusto personaggio si sente più vicino ad altri ordini.

Caravaggio, “Ecce homo”

Se nei confronti di simili comportamenti sono leciti ampi dubbi sul piano etico, questo viene lessicalmente compensato con l’inclusione di Rita Levi Montalcini nel “Comitato etico nazionale”, chiamato ad approvare i protocolli di sperimentazione. Il premio Nobel, oggetto di fresche e pesanti insinuazioni sull’appoggio ricevuto da una multinazionale del farmaco (Fidia) nell’assegnazione del prestigioso premio, dichiara: “Sono lieta di accettare. Ci sono molti aspetti da valutare. E’ necessario vederci chiaro”.

Sicuramente vede chiaro quando fa una prima lunga telefonata a Luigi – conosciuto in alcuni congressi internazionali – condita da numerose espressioni di stima ed ammirazione, per chiedergli di prendere in cura una collaboratrice ed una seconda per un parente.

Come si vive in via Marianini lasciamolo descrivere all’inviato di un quotidiano nazionale:

“ […] Alle nove del mattino, c’è già un capannello di persone in attesa davanti al cancello chiuso della villetta bunker (sic) di via Marianini. Facce tristi, sofferenti, ansiose. Tutte uguali, di bionde platinate e vecchiette ingiallite, pellicce e cappottini. Il cancro livella. Sono parenti e pazienti, stringono tra le mani pacchi di cartelle cliniche con intestazioni di oscuri ospedali e prestigiose cliniche… . Ma il pellegrinaggio della speranza finisce qui, davanti ad un citofono. ‘Ho un fratello in coma’, ‘Mia madre è in fase terminale’, ‘Ho bisogno di una visita personale del professor Di Bella’, ‘Salvate il mio bambino’ …Di Bella vive praticamente in stato d’assedio. Da anni… . Stanno lì senza clamori, senza isterismi …non spingono, non urlano, solo qualcuno, esasperato, alza la voce. Ma per un attimo. A turno suonano il campanello e confidano i loro dolori… . Ai malati ed ai loro parenti resta solo il citofono e quel mucchio di inutili numeri telefonici. Che si scambiano freneticamente. Tutto il giorno così in un frenetico scambiarsi di foglietti e penne biro nei tre gradi dell’inverno modenese….Il miracolo, ormai è una corsa al miracolo. Anche quando le metastasi galoppano, la fase terminale appare ineluttabile, la forza della speranza o della disperazione si aggrappa alla figura di questo vecchio medico che non ha mai promesso miracoli, ma solo un po’ di benessere… . È ormai mezzogiorno, il capannello si dirada e subito dopo si arricchisce di nuovi arrivi. Il pellegrinaggio non conosce sosta”

E’ una descrizione fedele di quanto avviene davanti il civico quarantacinque: coloro che sostano silenziosi evocano l’immagine dantesca di anime rassegnate, in attesa del Supremo giudizio; giudizio che sarebbe assai severo nei confronti di chi li ha ridotti in simili condizioni. Angela Cuoghi non sa più cosa dire, combattuta tra l’esigenza di risparmiare Luigi e quella di non lasciare senza una parola di speranza la moltitudine che, al di là del cancelletto, fissa in continuazione la porta d’ingresso: per visitare solo una parte di quanti si accalcano giornalmente intorno al citofono occorrerebbero un paio di settimane di lavoro continuo.

Ognuno comprende la situazione, ma spera sempre in una fortuita occasione favorevole: non ha altro in cui sperare. Adolfo ha messo bene in evidenza un cartello sul quale si legge che non è possibile fissare appuntamenti, ma un cartello non può certo far rassegnare chi sente vicina la fine propria o dei congiunti. Spesso si cerca, oltre che dare recapiti di medici che prescrivono, di dire una parola di conforto, mostrare comprensione per quel mosaico di disperazione fatto di centinaia di sguardi costernati.

E’ veramente difficile parlare con le persone in attesa, anche per una manciata di minuti, senza rimanere sconvolti. Per lo più si tratta di malati ormai irrecuperabili, senza tener conto che le mille difficoltà per procurarsi i farmaci necessari vanificano in gran parte ogni eventuale speranza. Ma è anche uno spettacolo dell’indiscutibile impotenza terapeutica della medicina. A beneficiare della disperazione di questi infelici sono spesso medici senza scrupoli che, dopo una fugace partecipazione a qualche convegno dello scienziato, prescrivono meccanicamente ricorrendo a fotocopie. “Molti continuano a dire di essere miei allievi, ma lo fanno solo per spillare denaro ai malati di cancro” dichiara Luigi.

La segreteria telefonica nascosta da Adolfo per proteggere da eccessivi affaticamenti il padre (data l’incapacità di questo dire di no a chi chiede il suo aiuto) è in continua funzione e ripete che non è più possibile ottenere una visita presso lo scienziato. Quando Luigi scoprirà il sotterfugio, Adolfo riceverà una bella lavata di capo e l’invito a “non mettere più il muso nelle mie cose”… .

Sfogliando l’agenda di quel periodo, sulla quale vengono annotati gli appuntamenti, emerge il flusso ininterrotto di pazienti, tra i quali non pochi nomi illustri o noti, con tanto di recapiti e numeri di cellulari riservati. Lo scienziato non fa certo discriminazioni (anzi, è portato a favorire malati poveri ed anonimi); sono a volte Adolfo e Angela a creare qualche corsia preferenziale, nel timore che un rifiuto possa esporre lo scienziato a malevole ritorsioni.

A titolo esemplificativo: il 10/1 è la volta di persona vicina ad un ministro in carica, il 17/1 di un celebre stilista, il 3/2 di un affermato regista, l’11 febbraio di un illustre paziente che viene da Brooklin, il 14 di un noto esponente della Nazionale Cantanti; il 19 giungono la consorte di un famoso artista figurativo ed una persona raccomandata da un premio Nobel per la fisica. Sabato 21 è la volta di un imprenditore modenese di notorietà nazionale, che giunge con la moglie. Anche se Luigi la visita e prescrive una terapia “leggera”, diretta a scongiurare possibili recidive di un tumore mammario operato tempo prima, i coniugi vengono a intercedere per una loro amica milanese, già nota attrice ed ora manager di un primario gruppo industriale.

Non riuscendo a contattare direttamente lo scienziato, hanno incontrato Adolfo, che fisserà un appuntamento, consegnandogli la lettera dell’amica di cui abbiamo fatto cenno. E’ un caso emblematico sul quale giova soffermarsi brevemente, quel tanto che serve a rimarcare l’incoerenza umana e l’aria di carbonari che circonda i personaggi celebri che optano per il Metodo Di Bella.

La paziente, affetta da carcinoma mammario plurimetastatico, è stata seguita fin qui da U. Veronesi e subìto terapie chirurgiche e farmacologiche senza altro risultato che quello dell’ulteriore diffusione del male.

Nella lettera descrive il decorso della malattia e riporta le sconsolanti conclusioni dell’amico oncologo, il quale, di fronte all’ennesima inesorabile recidiva, ha aperto le braccia mormorando: “Rosanna, non so più cosa farti!”.

Al che l’ex attrice gli confida di volersi rivolgere al Prof. Di Bella; e l’amico, senza esitazione, esclama: “ottima scelta”!

L’ammalata sarà fatta entrare, di sera, con l’automobile dal cancello grande, così da poter fare il suo ingresso dalla porta che dà sull’orto, con discrezione ed evitando di venire riconosciuta. Tornerà altre volte per i controlli, il primo dei quali fissato il 3 luglio. Si mantiene in contatto telefonico anche con Adolfo, al quale, mese dopo mese, comunicherà in un primo tempo il miglioramento sintomatico, successivamente il progressivo regredire del male documentato dalle indagini di rito, e, dopo un paio d’anni, la totale scompartsa di ogni segno del male, metastasi comprese.

Da quel momento cesserà ogni ulteriore contatto.

Nel dicembre 2002 Adolfo, casualmente, assisterà ad un’intervista televisiva che le venne fatta in occasione di una festa di beneficenza organizzata da Vip a beneficio di un noto istituto per la ricerca sul cancro. Il celebre personaggio affermerà che il cancro si può combattere e vincere, e, per sottolineare la veridicità di questa affermazione, dirà che lei stessa è una testimone di questa realtà; ringrazierà l’altrettanto celebre oncologo che quattro anni prima aveva aperto con rassegnazione le braccia con un: “grazie Umberto!”.

Sopravviverà sette anni a quella serata di ingratitudine: ma, al secondo desolato aprir di braccia dell’amico, “l’ottima scelta” non sarà più di questo mondo.

Una realtà della quale lo scienziato non si meraviglia né si cura, ma che sorprende ed amareggia i suoi cari, è l’estrema riluttanza di personaggi celebri a dichiarare pubblicamente la ragione della propria salvezza. Può sembrare inverosimile, ma in più di un caso l’avere rivelato di avere tratto benefici dalla terapia del fisiologo, personalmente o per i propri cari, o l’essersi schierati in suo favore, ha comportato pregiudizi alla loro carriera: come accaduto, ad esempio, ad una nota cantante, sparita dalle tribune televisive o ad un comico che si era laureato all’Università di Modena, anch’egli bandito dalle tribune televisive. Una prassi che esemplifica non solo la natura prevalente dell’ostilità alla cura, ma anche l’ubiquitario radicamento e condizionamento in ogni ramo dell’attività sociale e l’autentico terrore degli “Invisibili” per il crollo, a cascata, delle loro posizioni di potere. Gridare “viva l’Imperatore”, al tempo di Luigi XVIII, avrebbe suscitato minor clamore e causato minori guai.

Non mancano nelle pagine dell’agenda appuntamenti richiesti, per sé o per parenti ed amici, da rappresentanti di paesi stranieri ed organizzazioni internazionali: oltre a parlamentari italiani figurano, fra gli altri, il nipote di un ex presidente dello Stato di Israele, di un parente di membri della casa reale belga, di un importante personaggio presentato dall’ambasciata della Colombia, del leader dei cattolici irlandesi; per tacere di numerose personalità appoggiate dall’infaticabile prefetto di Modena.

La ridda di avvenimenti del periodo, poco seguìti da Luigi che legge solo occasionalmente i giornali e non possiede un televisore, riguarda lo sviluppo conseguenziale di premesse già esaminate. Mentre ci si prepara all’avvio della sperimentazione, i farmaci del Metodo spariscono quasi d’incanto dalle farmacie, segno inequivocabile di precise strategie. L’industria farmaceutica, grazie ai procedimenti di sintesi, potrebbe letteralmente inondare il mondo di somatostatina, octreotide, bromocriptina e dei farmaci coadiuvanti. Migliaia di malati disperati non solo continuano a dissanguarsi per praticare la cura e sopravvivere, ma debbono ora fare i conti anche con la difficile o impossibile reperibilità dei medicinali, vivendo periodi di angoscia e disperazione. L’associazione di Roma, presieduta e diretta da Patrizia Mizzon con coraggio, efficacia ed equilibrio, non manca di indirizzare infinite lettere di denuncia e di protesta al Ministero e cerca di disciplinare e moderare il più possibile le manifestazioni di malati e di loro parenti.

 

Contemporaneamente giungono notizie di reparti di oncologia semideserti: sembra che ben pochi siano disposti a sottoporsi alla chemioterapia. Il 28 gennaio Luigi è a Bruxelles, dove tiene una conferenza al Parlamento Europeo.

Parla del suo Metodo, ribadendo come possa dare risultati confortanti a condizione che i pazienti non giungano in ultima ratio o dopo prolungati trattamenti citotossici e rimarcando sia gli esiti deludenti delle terapie usuali, che le sofferenze e le devastazioni da queste provocate ai malati.

In particolare, rispondendo ad una precisa domanda postagli – e cioè la durata del suo trattamento necessaria per una guarigione – specifica anzitutto che non si può generalizzare, incidendo sensibilmente variabili quali la patologia, la stadiazione e, come detto prima, le conseguenze ostative di cure pregresse; conclude quindi affermando che, quando vi siano le condizioni, occorre mediamente un trattamento ininterrotto di almeno un anno e mezzo per una remissione completa o prossima ad esserlo.

Singolare che questa precisa ed inequivocabile affermazione, fatta (e videoregistrata) in un elevato consesso come quello del Parlamento Europeo, ed alla presenza di centinaia tra parlamentari, pubblico ammesso e giornalisti, non sia stata recepita dagli estensori dei protocolli

Non manca, in conclusione, di esecrare il fatto che aziende del farmaco e caste mediche prosperino sulle disgrazie altrui.

L’intervento dello scienziato viene accolto con prolungati applausi da parte di tutti, anche di un alto esponente del Parlamento Europeo di origine emiliana, che, forse per disciplina di partito, sarà colto dalle telecamere con qualche espressione di sfumato sarcasmo. Chissà se avrà ripensato alle parole dello scienziato – ed al proprio sarcasmo – prima di chiudere gli occhi, sette anni più tardi, dopo “lunga malattia”.

Non c’è nulla più della verità ad irritare chi mente, per cui si moltiplicano critiche allo zolfo con toni ingiuriosi nei suoi confronti, ed alcuni oncologi di seconda fila, ancora all’oscuro del programma-farsa della sperimentazione, rifiutano di condurre le prove sperimentali appellandosi all’obiezione di coscienza. Si unisce nuovamente a questi lai etici il Dr. Pagni, che tuona contro lo “sciamano” Di Bella: in certi casi la coerenza si trasforma da virtù in dote negativa.

Molto migliore sarebbe il mondo se le persone intelligenti avessero la stessa coerenza degli ottusi.

Fanno sentire la loro voce anche organizzazioni che vivono sulle disgrazie altrui e la cui ragion d’essere verrebbe meno se si diffondesse una nuova mentalità terapeutica: tra queste le tante associazioni o fondazioni particolarmente intraprendenti nella richiesta di fondi pubblici e privati per assistere malati o condurre ricerche. Quando Luigi accenna a Bruxelles ad alcuni buoni risultati ottenuti in sindromi neurologiche come l’Alzheimer, il morbo di Parkinson e la sclerosi multipla, si levano critiche paradossali, che rivelano come gli indignati ed affannati censori non si siano dati nemmeno il disturbo di ascoltare: gli contestano infatti l’uso della somatostatina, che lui non si è mai sognato di impiegare in queste patologie. Quando ci si strappano i capelli senza sapere di cosa si parla, evidentemente non è il bene dei malati, ma il proprio interesse ad ispirare isteriche tricotomie. Alcuni esegeti del Metodo Di Bella, usi voltolarsi con sollucchero nei terreni che trovano più congeniali, ancor oggi ispirano a questa fandonia le loro filippiche, poco filo e molto ippiche.

Non tutti, peraltro, si pronunciano negativamente. Umberto Veronesi, convocato alla pretura di Maglie dal Dr. Madaro quale teste (si tratta dell’udienza definitiva sul provvedimento che imponeva alle Usl la fornitura gratuita di somatostatina), dichiara al magistrato che “…è utile sperimentare la multiterapia Di Bella“, rivelando che ha accettato l’incarico di dirigere la commissione oncologica in quanto convinto “…che ci siano delle possibilità scientifiche ancora inesplorate per quanto riguarda la cura dei tumori con il complesso di sostanze utilizzate dal Prof. Di Bella”.

Gli avvenimenti si fanno sempre più vorticosi e rapidi. Il Presidente della Repubblica, Oscar L. Scalfaro, scende in campo contro quanti “speculano sulla cura Di Bella” (sic), riferendosi in particolare alla somatostatina, venduta a cifre da capogiro al mercato nero; evidentemente non è bene informato sul fatto che la responsabilità più grande non è quella di esecrabili singoli malfattori, ma di centri di potere che sorreggono il mondo politico che lo ha eletto.

A questo triste mercato si aggiungeranno azioni criminose che solo la volontà di indagare seriamente potrebbe far emergere. Tale è il caso di qualche specialità di somatostatina, la cui sostanza-base, repentinamente, non è più acquistata dalla Bachem (di gran lunga il migliore e più affidabile produttore a livello mondiale), ma da semisconosciuti produttori orientali: col risultato di un calo verticale di efficacia e di disturbi collaterali prima sconosciuti. Per non parlare di truffe totali, come quella di fiale di acqua distillata spacciate per confezioni della preziosa specialità. Una manna per chi cerca in ogni modo di dimostrare che il farmaco non serve a nulla.

Come vedremo, non sarà questo l’unico intervento opinabile del capo dello stato. Pochi, nelle alte sfere, sembrano invece scandalizzarsi per azioni incomprensibili, prima fra tutte il rifiuto di arruolare pazienti in condizioni sì gravi, ma non propriamente terminali.

Qualcuno, con surreale battuta macabra, osserva che solo presentandosi col proprio certificato di morte si avrebbe la sicurezza di venire arruolati. Sulla carta è previsto l’arruolamento di malati in stadio avanzato, oltre che di terminali, ma chi valuta la situazione? Quali controlli super partes sono previsti per le modalità di arruolamento?

Queste nostre potrebbero essere illazioni, se non fossero disponibili innumerevoli testimonianze. Tra le tante, citiamo quella di una signora di Cagliari che riferisce ai giornalisti:

“Non ci sto alle lotterie, così ci hanno preso in giro…qualcuno mi deve aiutare….ormai peso 38 chili vestita, non sopporterei più la chemioterapia, qualcuno mi dica cosa devo fare”

Analoga la situazione di un altro paziente, il cui figlio dichiara:

…mio padre è molto malato, i medici ci dissero di riportarlo a casa perché non c’era più niente da fare!

il caso è quindi giudicato tanto grave da rendere inutile ogni cura, ma non grave abbastanza per l’arruolamento.

Un altro intervistato, in analoghe condizioni dice:

“Quando c’è un malato non più curabile, lo Stato ti scarica, ti abbandona, ti lascia a te stesso, in preda al dolore e a mille disagi”

Migliaia di persone cercano di praticare il Metodo Di Bella appoggiandosi a medici più o meno incapaci di prescriverlo, ma si trovano di fronte ad ostacoli insormontabili. Non è solo questione di spendere cifre elevate – nonostante assicurazioni sul “prezzo politico” della somatostatina – ma di trovare altri farmaci della terapia; perfino le banali siringhe da 10 millilitri, misteriosamente scomparse dal mercato, e gli infusori temporizzati con i relativi aghi a farfalla. Come un moderno impianto antincendio, l’organizzazione del sistema è entrata in funzione impeccabilmente. Molti se ne accorgono.

A proposito di prezzo politico, un paziente scrive:

“Tutte balle, bufale. Scritte dai giornali o pronunciate dal ministro poco importa. E oggi chi vuol comprare la somatostatina, altro che prezzo politico. Ogni fiala da 0,75 mg. (nostra nota: ¼ della posologia a regime) costa 84.600 lire. Cioè oltre 338.000 lire al giorno”3

E’ utile notare come la settimana che aveva preceduto queste interviste il prezzo era stato fissato a 23.000 lire il milligrammo, quindi 69.000 giornaliere: il prezzo realmente praticato è quasi cinque volte superiore, e 20 volte il relativo costo commerciale finito.

Il 15 febbraio migliaia di malati affollano piazza San Pietro per avere il conforto delle parole di Giovanni Paolo II. All’Angelus domenicale il Pontefice, pur non potendo accennare esplicitamente alla vicenda, assicura ai malati la vicinanza spirituale sua e della Chiesa e li invita a “non sentirsi soli”. Per inciso, persone del suo entourage hanno contattato lo scienziato, con liturgica discrezione, per avere indicazioni sul Parkinson del quale soffre.

Il 19 febbraio lo scienziato ha risposto ad un fax speditogli dal ministro con una lettera, nella quale ha dichiarato: “Indico mio figlio Dr. Giuseppe Di Bella come facente parte dell’apposito Comitato esecutivo presso l’Istituto Superiore di Sanità”, ma la funzione di questo organismo non comprende certo la valutazione dello stato dei malati e – aggiungiamo – nessun’altra funzione di controllo.

Se mai c’era stata, l’illusione di Luigi che il ministro potesse arginare malevolenze e pressioni dell’ambiente oncologico, fungendo da arbitro, si dissolvono quando ha notizia di un decreto che, di fatto, lega le mani a lui ed ai medici che prescrivono la sua cura. Il decreto prevede anche la nominatività del paziente sulla ricetta, attuando concretamente una sua schedatura.

E’ un provvedimento talmente inedito, autoritario e “scoperto”, che, con un minimo di buon senso, qualsiasi persona ragionevole avrebbe evitato di proporlo: un panico scomposto, grattando sotto il quale si scoprirebbero scenari inimmaginabili, fa da cattivo consigliere.

Si tratta del Decreto Legge 17 febbraio 1998, n. 23“Disciplina speciale della sperimentazione clinica del Metodo Di Bella”.

Luigi, non appena scorso il testo, dichiara nel corso di un’intervista televisiva che “non è più possibile fare il medico in Italia in queste condizioni” e che si tratta di norme “umilianti”. Non esagera davvero. Oltre ad una formula di “consenso informato” che espone il prescrittore a misure disciplinari degli Ordini, la schedatura riguarda non solo i pazienti, ma anche medici e farmacisti: questi ultimi sono infatti tenuti a “…trasmettere al Ministero della sanità, con cadenza quindicinale, copia delle ricette di medicinali a base di somatostatina e di octreotide”.

Perché solo questi due farmaci, per giunta atossici e ben conosciuti, e non – ad esempio – certi micidiali e tossici psicofarmaci od altre specialità potenzialmente pericolose? Ha mai spiegato nessuno questa pelosa ed assurda cautela? Ammesso che vi sia bisogno di una spiegazione. Non può non ricollegarsi a queste disposizioni l’immanenza di un potere farmacologico, prima ancora che di caste mediche, talmente forte da svuotare sovranità, autorità e autonomia di uno Stato.

Luigi reagisce annunciando che chiude lo studio e che si rifiuta di prescrivere. Poi, considerato che a farne le spese sarebbero in primis i malati, deciderà di manifestare altrimenti il proprio sdegno: in calce alle ricette vergherà “decreto ministeriale ne proibisce la prescrizione ecc. ecc.”.

Il 25 febbraio gli giunge una lettera via fax del Ministro, nella quale questa difende il provvedimento, cercando di rassicurare lo scienziato che esso non intende limitare o colpire la sua attività. Particolarmente interessante risulta, a nostro parere, questo passo:

“Rispetto le Sue convinzioni teoriche, ma non posso dimenticare che tra noi è stato stretto un patto. Il patto, lo ricorderà, era il seguente: io mi impegnavo a vincere i pregiudizi che hanno accompagnato in questi anni il suo lavoro e a garantire che questo lavoro fosse messo a disposizione della comunità scientifica nazionale. Lei, professore, accettava di sottoporre il suo metodo alla sperimentazione scientifica, perché, in questo modo potesse diventare patrimonio per tutti i malati di tumori”

Luigi risponde in giornata, affermando tra l’altro:

“ […] Accettare il Decreto non equivale a tollerare un odioso, intollerabile bavaglio? …la Commissione Unica del Farmaco, così com’è formata, con la presenza di nemici dichiarati del sottoscritto, quale affidamento di serietà ed obiettività dà?
Questa è la smentita dei miei quarant’anni di lavoro da parte di chi non ha l’autorità, la competenza e la serenità necessarie per emanare provvedimenti della portata dei Decreti Legge …come si può accettare l’affermazione dell’art. 3, che ribadisce il divieto di utilizzare diversamente da quanto stabilito (da chi?) i farmaci, quando l’affermazione è fatta da componenti che non hanno mai tastato il polso di un malato?
Lei sa perfettamente, signor Ministro, che tale comma impedisce di fatto l’applicazione del Metodo Di Bella a tutti i pazienti che non siano, ‘sulla base di elementi obiettivi’, riconosciuti terminali.
L’art. 4 ribadisce che in nessun caso il ricorso del medico costituisce il diritto del paziente; cioè il giudizio del medico non ha valore alcuno. Lo stesso articolo dichiara che la ricetta dev’esser trattenuta dal farmacista, con la schedatura del paziente, e che la violazione del farmacista e del medico è un illecito disciplinare perseguibile. On.le Ministro, malgrado il rispetto e la stima per Lei, il Decreto Legge emanato, a modesto parere del sottoscritto, impedisce l’esercizio dei principi fondamentali, elementari ed irrinunciabili della professione medica. Per tale precipuo motivo sono dolente ribadire che come medico non posso accettarli. Tanto più che tutti hanno chiaramente intravisto lo scopo ultimo dei provvedimenti, appoggiato dal clima di minacce, dalla rarefazione sul mercato dei farmaci alle intimidazioni. Tutti conoscono la competenza, la moralità, le mire degli ispiratori dei provvedimenti, per cui, accettando supinamente i decreti, vedrei decadere la intangibile nobiltà della vera missione del medico […]  Luigi Di Bella”4

Anche molti parlamentari si rendono conto dello sconcio e del fatto che una cosa simile, dettata più dalla furia che dalla ragione, risulta controproducente e non può reggere. Quantomeno in un tempo nel quale i trattamenti sanitari coatti, i “social” colonizzati, l’ubiquitaria e intransigente censura, pur già codificati e programmati, debbono ancora affermarsi.

Un minimo di misura e plausibilità debbono pur osservarsi, se si vuol dominare senza darlo a vedere. Un deputato scrive: “Professore, non ceda alle provocazioni”; e di seguito: “Simili ipocrisie e falsità non possono essere tollerate da una persona come Di Bella, incapace di scendere a compromessi”, aggiungendo che condivide “l’amarezza dello scienziato per la schedatura dei malati di tumore”.

Questa forma congenita e quasi libidinosa di concepire Stato e politica quale esercizio di prepotenza, violenza, imposizione e punizione, era ed é dura a morire. Se non si schiacciano, una ad una, le uova del serpente, in una trentina d’anni il muro di Berlino diventa quello di casa propria.

L’associazione Aian di Roma organizza manifestazioni di protesta che fanno affluire sessantamila persone in piazza, mentre l’indignazione popolare sale alle stelle, tanto che lo stesso governo rischia di cadere. Per qualche giorno le grida udite di “Buffoni! Vergogna!” fanno tremare anche i più navigati politicanti, parlamentari e paraparlamentari: persone che hanno paura di morire non hanno paura di null’altro e non possono essere intimorite da alcuna minaccia.

Lo stato di cose obbliga i proponenti ad accettare alcune modifiche, che se non cancellano una malcelata connotazione ostile alla terapia, almeno pongono rimedio alle forzature più insostenibili. Una volta calmatesi le acque – pensa qualcuno – si potrà tornare indietro.

Il nome dei pazienti, si conviene, sarà sostituito da un codice, alcune disposizioni vessatorie nei confronti dei farmacisti sono attenuate, mentre scompare una insidiosa norma che, prevedendo l’obbligo della “pubblicazione di risultati scientifici della terapia” (e non tenendo quindi in alcuna considerazione quelle relative a tutti i suoi componenti), di fatto renderebbe illegale la prescrizione.

Inoltre la possibilità di accedere al Metodo Di Bella solo in assenza di alternative terapeutiche correnti viene stralciata, consentendo ai pazienti di ottenere, seppure con i consueti disagi, la prescrizione.

Il T.A.R. del Lazio sembra far eco alle proteste, disponendo che la somatostatina deve essere distribuita gratuitamente, negli ospedali, ai malati terminali. Il ministro cerca di giustificare il decreto, affermando che “lo spirito della legge non ha mai voluto legare le mani al professore” e che “la piazza non ha capito il decreto”…, ma i toni sforzatamente concilianti si alternano ad altri più autoritari o rabbiosi.

In questa fase caotica della vicenda, Adolfo ha chiesto un mese di aspettativa, sia per cercare di stare accanto al padre, che per evitare un inopportuno ed irrituale afflusso di persone e di telefonate sul posto di lavoro. E’ quindi presente il 10 marzo, quando il ministro telefona a Luigi informandolo che sta partendo per Modena.

Quel giorno il decreto, l’irreperibilità sospetta di troppi farmaci, l’indisponibilità a venire incontro alle esigenze dei malati e – sia detto senza polemica – un’arroganza fuori luogo, hanno portato ad una manifestazione non solo caratterizzata dall’imponenza del numero, ma anche da toni esasperati dai quali potrebbero derivare gravi incidenti. Solo a stento gli esponenti Aian riescono a fermare il proposito della folla di occupare la sede del ministero, ed a calmare alcuni esasperati che dichiarano di voler “spaccare tutto, teste comprese”.

La poltrona del ministro della sanità vacilla, dato che vengono chieste le sue dimissioni, e a sostenerla sembra non vi sia più nessuno, al di fuori dell’obbligata solidarietà dei politici del suo schieramento. Diavolo vuole, pochi giorni prima il telegiornale del primo canale Rai è stato denunciato alla magistratura dal Codacons – che ha inoltrato anche un esposto all’Ordine dei giornalisti – per abuso della credulità popolare, in quanto ha mandato in onda un servizio con applausi “virtuali” al termine di un intervento dell’onorevole Bindi… .

Le tensioni sono inevitabili, data la pertinacia – e la concomitante carenza di acume – con cui l’onnipotenza farmacologica emana diktat a getto continuo, insensibile alla disperazione dei malati di tumore, vittime dell’endemico fallimento delle terapie oncologiche.

Dunque quel martedì 10 marzo, mentre una folla minacciosa assedia la sede del ministero, il ministro della sanità corre verso Modena. Nel primo pomeriggio, quando varca il cancelletto di via Marianini, trova ad attenderla anche Adolfo ed alcuni amici, mentre Pippo sta arrivando da Bologna. E’ visibilmente preoccupata e scossa dagli eventi. Viene fatta accomodare nello studio insieme al Prefetto di Modena ed entra subito in medias res: il contestato decreto legge. Il colloquio, che qualcuno dei presenti registra con un piccolo apparecchio portatile, ora assume toni accesi, ora offre spigolature di comicità. Il ministro inizia con un “…ma cosa mi combina, Professore?”, replicato con pacatezza da Luigi con “…cosa mi combina lei, signorina!”.

Assicura che il decreto non intende assolutamente essergli ostile né impedire di prescrivere a lui ed ai medici che lo seguono, ma è diretto a tutelare la buona fede dei pazienti. Il tono conciliante vira però, e spesso, in toni oltre le righe, che sembrano sfridi congeniti dell’indole dell’ospite.

Luigi, sornione, parla poco ed a volte pare quasi divertito.

Sentendo che la “signorina” tossisce a causa di un’infreddatura, si mette a sua disposizione come medico e le chiede se desidera un bicchier d’acqua, “l’unica cosa che le posso offrire”.

I toni si riscaldano d’improvviso quando il ministro afferma imperiosamente che non si possono illudere i malati: a differenza del padre, Adolfo non tace, ma ricorda risentito le tante espressioni offensive subìte e parla delle stragi di malati perpetrate impunemente da chi pratica cure “efficaci e convalidate”.

Il ministro si inalbera per i termini usati, ammonendo, un po’ ingenuamente, che è presente il Prefetto, seduto in un angolo della stanza. Al che Luigi, calmo e quasi trasognato: “ah, è lei che mi manda tutti quei pazienti e quelle cartelle da esaminare?”.

Il Prefetto, frustato da un’occhiata strappacarne della quale par di udire lo schiocco, sfiora con un basso sguardo fugace la titolare del dicastero e risponde con cenni che vorrebbero, ma non osano, essere di netto diniego. Passato il gelo imbarazzante del momento, il ministro confessa poi con sincerità che il suo incarico è quanto mai traballante (“…mi trema la poltrona sotto al sedere…”) e chiede a Luigi di venirle incontro. Lui le risponde che sarà lieto di farlo, se constaterà buona volontà nell’eliminare norme incompatibili con la dignità e l’autonomia del medico. Pippo, che nel frattempo è arrivato, coglie la palla al balzo e propone, senza perdersi in schermaglie, di riscrivere seduta stante il testo legislativo: al che il ministro ha uno scatto ed esclama risentita “i decreti li scrivo io!”.

Qualche persona presente, che segue dalla porta socchiusa, non riesce a trattenersi dal sorridere.

Lo sguardo dello scienziato, un po’ divertito e un po’ dispiaciuto per l’evidente imbarazzo dell’onorevole, diventa deciso, pur nella pacatezza, quando si tornano a mettere in dubbio le prerogative della libera prescrizione. Ma alla fine una vaga possibilità di intesa si profila dopo le categoriche rassicurazioni del ministro, che rivelano l’ansia di uscire dalla difficile contingenza e la consapevolezza della sua precarietà:

“Professore, adesso usciamo insieme e diciamo ai giornalisti che abbiamo raggiunto un accordo!”

Prima di uscire, viene invitata a visitare il laboratorio. Non appena le vengono mostrate alcune librerie traboccanti di cartelle e documentazioni cliniche, esclama: “ah, allora ce le ha le cartelle, Professore!”. Quando si congeda, accompagnata da un ansioso prefetto, gli inquilini del condominio che fiancheggia il laboratorio sono tutti affacciati, mentre numerosi reporter accorrono con il microfono in mano per intervistare i protagonisti dell’incontro. Il ministro parla di incomprensioni superate, mentre Adolfo precisa ad un giornalista che “le posizioni sono ancora lontane”.

Torniamo un attimo indietro.

Poco tempo prima Luigi aveva dato il suo assenso all’esame della documentazione clinica disponibile presso il laboratorio. Questa iniziativa era stata prevista nell’incontro del 22 gennaio, con lo scopo dichiarato di approfondire i risultati conseguiti in tanti anni di applicazione della terapia, ed era stata approvata dalla Commissione oncologica. Ma non è difficile – soprattutto alla luce degli avvenimenti successivi – argomentare che la vera finalità fosse un’altra.

Incaricata di questo esame è la D.ssa Eva Buiatti, epidemiologa di Bologna che fa parte dell’Associazione Italiana Registri Tumori e che era presente nella riunione del 22.

Questa e il Prof. Lorenzo Tomatis, in rappresentanza della commissione oncologica, preannunciano il loro arrivo e il 4 febbraio vengono accolti in via Marianini, dove giungono per l’occasione i coniugi Molinari, che cinque anni prima avevano completato l’archivio delle cartelle dei pazienti.

Nel corso del lavoro, definito “studio osservazionale retrospettivo”, i presenti (i dottori Molinari ed altri che ancor oggi possono testimoniare) colgono parecchie espressioni di meraviglia nei due ospiti, dalle quali traggono buoni auspici: che coesistano, con tanti atteggiamenti malevoli e prevenuti, anche buoni propositi?

I fatti dimostreranno che, indipendentemente dalle responsabilità individuali, era partita una macchina diretta unicamente verso una meta: demolire completamente la credibilità della terapia e la figura del suo ideatore.

Ma prima di iniziare a trattare l’argomento, occorre che il lettore sappia di che è fatto, in cosa consista, quello che pomposamente è stato definito “Archivio”.

Come tutti sanno, la “cartella clinica” è un supporto documentale di ogni ospedale, pubblico o privato che sia, ed è costituito da una completa documentazione diagnostica (analisi chimica, immagini, refertazioni) e dalla cronistoria dei trattamenti e delle condizioni rilevate nel paziente. C’è personale amministrativo e c’è personale medico-infermieristico che lavorano alla cartella del paziente.

Luigi Di Bella non ha né ospedale, né laboratorio d’analisi, né apparecchiature per eseguire radiografie, Tac, Rmn ecc., né personale medico, né infermieristico, né amministrativo. I pazienti sono giunti o sono tornati con le copie a loro mani della documentazione clinica richiesta prima di venire visitati e ricevere una prescrizione. Alcuni ne hanno lasciato copia, mentre dei più rimangono brandelli di documenti diagnostici, per lo più invisati per corrispondenza. Fino a quando ha potuto, Deda Rossi ha cercato di riunire e ordinare il materiale disponibile. Dal 1988 in poi si è accumulata una enorme quantità di corrispondenza e documenti depositati disordinatamente in una delle stanze del primo piano. Quando dall’inizio 1993, i coniugi Molinari, che avevano rivisto il loro professore in occasione della celebrazione del suo ottantesimo compleanno – Capitolo XI – Il vento prima della tempesta – hanno cominciato a ordinare e poi catalogare corrispondenza e documentazione cinica, si é in parte rimediato al caos precedente. Mese dopo mese, con l’aiuto – quando liberi dal lavoro – di Adolfo e di due suoi amici, il nuovo materiale ha potuto passare dal mucchio indistinto in cartelline sistemate in ordine alfabetico in armadi metallici. In alcune c’è poco più di qualche lettera e una copia di prescrizione, in altre ancor meno, in altre ancora copia delle copie che i pazienti – il più delle volte insistendo presso gli ospedali che avevano effettuato accertamenti diagnostici – hanno lasciato o spedito.

Albertino e Luisa Molinari hanno quindi cercato di creare un archivio informatico del materiale esistente adattando un programma di catalogazione. Lo scopo era poter rintracciare rapidamente la collocazione della cartellina a scopo di consultazione, in caso di visite di controllo, e nel caso giungessero aggiornamenti di documentazione clinica, sapere dove conservarla con un minimo di ordine.

Diamo qui di seguito un eloquente saggio …dell’archivio, limitandoci a obliterare i nomi per evidenti ragioni di riservatezza.

Una delle pagine dell’Archivio; i primi nomi. Nell’immagine successiva, in basso, la parte finale.

 

Lasciamo parlare unicamente i fatti. La D.ssa Buiatti dichiarerà di avere esaminato 3.076 “cartelle”, in un arco temporale dal 1971 al giugno 1997: i casi successivi, pure più completi grazie alla raccolta di documentazione effettuata (alla quale aveva dato valido contributo Silvia Minuscoli), non sono esaminati.

Ma occorre precisare subito che in realtà NON furono esaminate 3.076 cartella, cosa che avrebbe richiesto qualche mese e non pochi giorni!). La D.ssa Luisa Molinari, come altre persone presenti, ha anche di recente ribadito: “non hanno tirato fuori dagli armadi che tre o quattro cartelle soltanto”.

La verità è che furono visionati solo i due floppy disk contenenti l’archivio (formato dbf realizzato con le versioni del software dBase del tempo. n.d.r.) contenenti unicamente i dati riscontrabili nelle due immagini precedenti. Copia dei floppy stessi venne poi consegnata a E.B. E’ d’altronde evidente che allo “studio retrospettivo” l’autrice lavorò lontana da via Marianini …e dalle cartelle.

Entriamo in medias res. Una metà di casi vengono subito scartati, o in quanto non sarebbe stata deducibile con sicurezza la diagnosi, o perché si riferivano a patologie non neoplastiche.

E’ utile notare come, tra queste, figurino patologie gravi e tuttora inguaribili, dal morbo di Alzheimer alla distrofia muscolare, alla sclerosi multipla; ma la circostanza non sembra – indipendentemente dallo studio in programma – avere interessato gli esaminatori.

 

Delle 1.523 cartelle sopravvissute ne vengono prese in considerazione solo 605, quelle cioè relative a malati residenti in zone coperte dal Registro tumori, che rappresentavano nel 1998 solo il 15% del territorio nazionale. Se quindi, tra gli oltre novecento casi scartati vi fossero state altrettante testimonianze di guarigioni, questo non sarebbe stato rilevato.

Ma il numero si assottiglia ulteriormente, dato che nella pattumiera finiscono altre 291 cartelle per le quali non esisterebbe prova che i pazienti sono stati trattati con Metodo Di Bella.

Tanto per gradire, altri 66 documenti incrementano gli scarti, perché 38 risultano “persi” (?) e per 28 …non c’è il tempo di reperire ulteriori informazioni (?).

Alla fine di tanta strage rimangono pur sempre 249 “casi valutabili”. Ma niente paura: solo per 4 è provato che hanno fatto solo il Metodo Di Bella!5

Ricapitoliamo per chiarezza:

Non vengono esaminate “cartelle” (che comunque non potevano definirsi tali), ma unicamente viene consultato un sommario archivio. In sostanza:

Casi esaminati

  • 3.076 – 1.553 (riguardanti patologie non neoplastiche o di incerta diagnosi) = 1.523 rimanenti;
  • 1.523 – 918 (pazienti residenti in zone non coperte dal Registro Tumori) = 605 rimanenti;
  • 605 – 291 (non esisterebbe prova che abbiano fatto il Metodo Di Bella) = 314 rimanenti;
  • 314 – 38 (persi …?!) – 28 (non c’è tempo …!?) = 249 restanti;
  • Dei 249 rimanenti solo per 4 è provato che hanno fatto solo il Metodo Di Bella…

Morale della favola? A parte il termine “morale” che, come aggettivo, non ci sembra il caso di accostare alla procedura seguita, questi pretesi “risultati” non avrebbero mai dovuto essere divulgati, in quanto palesemente assurdi; e men che meno prima della fine della sperimentazione, anche per le ovvie ripercussioni psicologiche ed emotive sui pazienti che dovevano sottoporsi alla prova o che già la stavano seguendo.

La Buiatti consegna all’Istituto Superiore della sanità il suo rapporto in aprile e un mese dopo giornali e settimanali italiani (oltre che esteri, premurosamente e tempestivamente informati da qualcuno) titolano che …su oltre tremila pazienti curati dal Prof. Di Bella solo quattro avevano praticato unicamente la sua terapia e solo uno era guarito!

L’epidemiologa si scuserà con lo scienziato in una lettera indirizzatagli il 18 maggio 1998, il cui senso non riusciamo a capire bene, negando ogni responsabilità circa la diffusione e l’interpretazione dei dati6.

E’ un episodio di “gravissima scorrettezza”, per usare le stesse parole della Buiatti, che viola quanto fissato il 16 marzo in un documento ufficiale7.

Ma, a parte i cervellotici criteri valutativi dello “studio retrospettivo”, cosa risulta dai controlli effettuati sui pazienti sopravvissuti? Lo diciamo subito: emerge una verità sconvolgente che è stata inescusabilmente occultata alla pubblica opinione. Tra le 249 cartelle non scartate – bontà loro – (ripetiamo: limitandosi alle sole 249 cartelle!), risultano infatti 27 casi di “lungosopravviventi” da dieci anni (per la precisione molti hanno superato i 25): quindi oltre il 10% dei casi esaminati! E teniamo conto, in attentissimo conto, che si trattava di casi, pressoché nella totalità, con prognosi infausta a breve. Nel rapporto non è neanche precisato – ammesso che in tanta malevolenza un particolare abbia senso – che se il Mdb è stato praticato dopo le terapie usuali, questo è avvenuto per il loro esito fallimentare!

Cosa vogliamo sostenere, che il merito va alla chemioterapia, in quanto il Mdb altro non avrebbe fatto che risvegliare una potenzialità taumaturgica latente …dei cicli precedenti?

Non riteniamo di dover fare commenti su un evento che non ne ha bisogno; ci trattiene inoltre il rispetto che sempre si deve ai defunti8.

Ma torniamo alle cartelle sopravvissute. Per citare un dato eloquente, dei sette casi di leucemie infantili diagnosticate tra il 1971 ed il 1974, 6 risultano viventi nel marzo 1998: e questo, se la matematica non è un’opinione, significa una guarigione pari al 90%, ancor più eccezionale considerando che l’opinabile rubricazione tra le guarigioni prevede una sopravvivenza senza recidive di soli cinque anni. Tenendo conto delle condizioni prevalentemente critiche ad inizio terapia, dell’impatto ostativo delle cure precedenti, dell’assenza di collaborazione ospedaliera, del terrorismo psicologico da parte di medici ospedalieri e di base, dell’umana insicurezza di malati forzatamente privi di efficiente assistenza e costretti a pagarsi le medicine e, infine, delle 2.827 cartelle scartate, quanto emerge dall’indagine avrebbe reso ineludibile un’immediata conferenza stampa allargata ai giornalisti stranieri per dare l’annuncio di questi risultati straordinari. Ovviamente nessuno pensò minimamente ad una iniziativa simile; e se qualcuno lo avesse proposto, sicuramente sarebbe stato emarginato. Un’altra verità obiettiva, fondata su documenti ufficiali (e per giunta di fonte ostile), che si impone al di là di qualsiasi opinione individuale.

In questo panorama caotico di avvenimenti, di proteste, di atti d’imperio e decreti talebani, una notizia clamorosa avrebbe potuto mostrare a tutti il re nudo e svergognare il radicalismo …negazionista dell’oncologia italiana. Ma nessuno se ne accorse e nessuno, anche se l’aveva saputa, la volle diffondere.

Manipoli di assatanati araldi dell’antiscientificità del Metodo avevano tassativamente affermato che non aveva senso impiegare in oncologia la somatostatina, dato che poteva dare qualche debole beneficio solo su “rarissimi” casi di tumori neuroendocrini. Il primo febbraio vede la luce un lavoro del Nobel Prof. V. Schally, che Luigi aveva incontrato per la prima volta a Friburgo nel 1977, ed al quale aveva illustrato l’impiego della somatostatina nella cura dei tumori.

Il lavoro è (nel titolo il link alla rivista Experimental Biology and Medicine dell’editore SAGE Journals) Mechanisms of Antineoplastic Action of Somatostatin Analogs, in basso il pdf liberamente scaricabile.


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Cosa dice Schally? Afferma che negli ultimi dieci anni è stata dimostrata una impressionante attività antitumorale di somatostatina e analoghi in molte varietà di tumore, e che ci sono le condizioni per effettuare “studi clinici controllati nel cancro al seno, alla prostata e al pancreas”!

Altro che sperimentazione tirata per i denti per le pressioni di una piazza incolta e sobillata!

Non é esagerato affermare che si trattava di una scudisciata violenta alle commissioni sanitarie – commissione oncologica in testa – ed ai farmacologi dell’insalata di parole. I quali, per usare un’espressione un po’ terra-terra, avrebbero dovuto andare a nascondersi.

Un’altra mancata occasione per far toccare alla pubblica opinione quali fossero gli scienziati della medicina e quali quelli della finanza.

Nel frattempo si erano accavallate e proseguivano interviste da parte di direttori di quotidiani nazionali e di dirigenti di reti televisive: il cancelletto di via Marianini sarebbe stato varcato, fra gli altri, da Enzo Biagi, Vittorio Feltri, Mons. D’Ercole (televisione vaticana), Maurizio Costanzo, Enrico Mentana, Bruno Vespa.

Biagi forse pensava di mettere in difficoltà lo scienziato con domande secche e serrate; ma ha modo di ricredersi. Riportiamo qualche battuta dell’intervista fatta nel gennaio ‘98.

  • Enzo Biagi: “Qual è la sua maggior soddisfazione?
  • Luigi Di Bella: “Qualche successo nei congressi.
  • EB: “Chi potrebbe renderle giustizia?
  • LDB: “Ma io non ci tengo.
  • EB: “Non crede che sulla sua buona fede qualcuno possa speculare?
  • LDB: “Lo credo senz`altro e poi..speculano tutti e lo so anche.
  • EB: “Ma lei non ne trae alcun vantaggio!
  • LDB: “Non solo, ma non mi interessa niente.
  • EB: “Che cosa è che le interessa?
  • LDB: “Andare avanti negli studi e nel successo terapeutico.
  • EB: “La sua cura è per tutti i tumori o per qualcuno specifico?
  • LDB: “Per alcuni più specificamente di altri.
  • EB: “Potrebbe indicare in quali tumori funziona meglio?
  • LDB: “Certo…
  • EB: “…lo dico per lo spettatore comune…
  • LDB: “Ne ho già parlato tante volte. Il Linfoma maligno non Hodgkin è quello che reagisce in una maniera magnifica. Una gran quantità di epiteliomi spino- o baso-cellulari reagiscono bene; tumori dell`esofago presi all`inizio…Quello che ha importanza non è tanto il tumore in sé, quanto il periodo che decorre dalla comparsa dei primi sintomi e dall`accertamento della malattia al momento nel quale si interviene.
  • EB: “Le autorità mediche ufficiali non l`hanno in simpatia, professore. Le cito qualche giudizio. Prof. Silvio Garattini: “Ritrovo nel Prof. Di Bella le caratteristiche del cialtrone“.
  • LDB: “Ecco, io lo ritengo uno che non è autorizzato ad esprimere nessun parere, perché non credo sia in grado di capire.
  • EB: “L`oncologo Claudio Verusio ha detto: “La cura di Di Bella ha la stessa dignità dell`acqua di Lourdes“.
  • LDB: “Sì, le esprimo per lui le stesse cose che ho detto per Garattini.
  • EB: “Il Professor Leonardo Santi dice che le sue cartelle non provano niente, ma hanno solo un valore aneddotico.
  • LDB:Non può dir nulla perché non ha letto nessuna cartella.
  • EB: “Lei come si sente: un incompreso, un perseguitato?
  • LDB: “No, mi disinteresso di tutto, non mi interessa quello che ne pensa la gente. A me interessa poter fare la ricerca.
  • EB: “La ringrazio.
  • LDB: “Grazie a lei.

Il mese dopo Mons. D’Ercole gli fa l’intervista più toccante, quella dalla quale emerge maggiormente l’uomo, anche per l’intelligenza e la sensibilità umana dell’intervistatore. L’intervista fu mandata in onda dalla RAI. Anche qui stralciamo alcuni punti, consigliando però al lettore di vedere ed ascoltare l’intera intervista, meraviglioso e storico esempio di verità ed autenticità in un mondo di finzione e ipocrisia:

 

La stessa povertà mi ha portato a perfezionarmi ed anche le difficoltà della vita…il solo fatto di non avere nessuna protezione, di essere scoperto, di poter essere preda di tutti quelli che erano più potenti di me, mi ha costretto ad una vita pesante con tante umiliazioni e tante rinunce ed anche a tanti pensieri che venivano dal confronto della mia vita con quella degli altri, più dotati socialmente di me. Questo mi ha fatto imparare tanto, soprattutto attraverso il dolore e le difficoltà, vivere e conoscere gli uomini, rientrare nelle passioni umane, nelle conseguenze delle passioni umane.
Non provo desiderio per il lusso, mi ripugna perché amo la povertà e l`essenzialità, perché è più vicina alla realtà di tutto. Il lusso è una sovrapposizione all`essenziale, il mezzo migliore per deviare dalla retta via. Mi ripugna il denaro, non posso accettare di guadagnare attraverso la sofferenza ed i bisogni dei malati che vengono a curarsi da me. Provo molta sofferenza nell’ascoltare la sofferenza degli altri, ed essere incapace di toglierla subito.
Il mio rimprovero è quello di non fare di più di quello che faccio, studiare di più, visitare più ammalati; è un rimprovero che faccio a me stesso, un`umiliazione che provo della mia persona. Quello che conta è la coscienza di avere fatto tutto quello che era possibile fare“.

Non posso accettare l’ignoranza. La verità è l`unico mezzo per eliminare una deviazione dall’orientamento scientifico“.

Quando parlo con un malato, cerco di dare a lui un incoraggiamento, provo un sentimento intimo di non vederlo soffrire più“.

La finestra che mi permette di affacciarmi sul mondo è la mia attività di ricerca scientifica attraverso l`attrezzatura di elettrofisiologia che mi consente di penetrare nella funzione della vita, nella funzione della cellula, di spiegarmi tanti fenomeni che spesso vedo nell’evoluzione dei tumori. L`espressione elettrofisiologica della cellula neoplastica“.

L`uomo vive inconsciamente nell’amore, nella passione: il dovere, la razionalità per il futuro, per la persona, passano in secondo piano nei confronti dell’amore che copre e giustifica tutto, perfino la morte. L`amore non ha mezzi termini, è infinito, spesso confina e si realizza con la morte, il tutto e la fine. L’uomo ama senza sapere perché, è unico, esige l`anima di quella persona sola“.

I più hanno compreso che non ci si trova solo e tanto di fronte ad un contrasto tra l’oncologia tradizionale ed una concezione nuova di cura biologica del cancro, ma fra la medicina asservita al potere farmaceutico e la medicina scientifica e libera.

Questa verità viene recepita anche dai tradizionali carri allegorici di Viareggio, in uno dei quali lo scienziato viene raffigurato mentre lotta contro l’idra degli interessi economici e delle mafie accademiche.

Viareggio, Carnevale 1998

 

All’inizio di marzo si presentano in via Marianini anche Maurizio Costanzo, direttore di Canale 5 ed Enrico Mentana, direttore del relativo telegiornale. I due giornalisti vorrebbero fare un’intervista televisiva, ma non essendo stata questa concordata in anticipo, Adolfo non fa entrare i cameramen al seguito. Il colloquio è cortese e cordiale anche se sarà Adolfo a spiegare allo scienziato come i due visitatori – i cui nomi non gli dicono nulla – siano giornalisti molto noti.

L’inizio del colloquio nello studio è all’insegna del sorriso, visto che Luigi chiede a Costanzo come mai abbia “un pancione compagno”. Si parla dell’attualità, delle polemiche perduranti, dei risultati della terapia, della vita dei due ospiti. Adolfo li accompagna quindi a visitare il primo piano, dove si svolgono le ricerche e, scendendo, li introduce nella frugale stanza nella quale Luigi si rifugia dopo le fatiche quotidiane e riposa la notte. Costanzo rimane con gli occhi sgranati quando Adolfo gli indica la vecchia poltrona-letto sulla quale il padre dorme e gli mostra “l’imbottitura” che Luigi ha realizzato: pezzi di cartone e di gommapiuma.

Il giornalista mormora: “il primo che mi parla male del Professor Di Bella, parola d’onore, gli giro la testa dalla parte delle spalle”.

Forse per il timore di eccessivi dispendi di energia, lascerà dov’erano le teste di tanti personaggi.

Alcuni giorni dopo i due giornalisti indirizzeranno una lettera deferente allo scienziato9. Meno deferenti saranno i loro commenti qualche tempo dopo.

In marzo Luigi parte per l’Argentina, tra la costernazione di tanti malati, che temono si tratti di un trasferimento definitivo all’estero, ed un sentimento di sollievo da parte di chi lo ha sempre osteggiato. Timori e speranze non hanno ragion d’essere. La verità è che lo scienziato è arcistufo di essere strattonato e tirato di qua e di là da un seguito mai voluto e sempre mal tollerato, che va facendosi progressivamente più petulante e litigioso. Tensioni, polemiche, ingiurie gli hanno procurato inoltre un senso di soffocamento al quale intende sfuggire. L’esasperazione per eventi che da troppo tempo fanno violenza alle sue abitudini lo spingono ad accettare la proposta che gli viene fatta da una persona che ha fondato, in quattro e quattr’otto, un’associazione di volontariato a Genova, con il proposito, quantomeno dichiarato, di appoggiare la terapia ed aiutare i malati.

In questa vicenda si innestano anche tensioni sorte tra le precedenti, e veraci, associazioni, in parte per deteriori motivi di protagonismo e campanilismo, in parte per l’incapacità di alcuni di comprendere la situazione che si è creata. La presidente delle neonata associazione ligure getta abilmente ombre su tutti gli altri collaboratori, anche su quelli animati dalle migliori intenzioni e riesce, momentaneamente, a conquistare la fiducia del fisiologo, o quantomeno a indovinare il suo impellente bisogno di aria.

Adolfo e Pippo sono preoccupati, perché non vedono chiaro nelle sue mire. Sarebbero previsti – stando al programma – l’incontro con parlamentari argentini e contatti con un ospedale disponibile a curare i malati con il Metodo.

Dopo un congedo tempestoso in via Marianini, nel corso del quale Adolfo ammonisce con parole assai esplicite la signora, Luigi parte, accompagnato anche da persone a lui vicine, malviste ovviamente da chi ha organizzato la trasferta. Ad attenderlo a Buenos Aires c’è un medico di origine italiana che assicura di poter contare su contatti importanti a livello ospedaliero: ma ad un controllo effettuato nel frattempo da un amico in Italia, risulta avere precedenti assai poco lusinghieri.

Luigi, messo al corrente della cosa, decide di trasferirsi immediatamente in un altro albergo, ma prima deve recuperare il suo passaporto, che gli è stato trafugato. Lo dice ad uno dei suoi accompagnatori fidati, che riesce a riaverlo solo dopo aver minacciato di rivolgersi alla polizia.

Da questo momento Luigi interromperà qualsiasi contatto con la signora genovese, fiancheggiata da una farmacista di Trento, peraltro ignara dei non limpidi retroscena. Il forte sospetto – per meglio dire, l’evidenza dei fatti – è che dietro all’iniziativa vi sia dell’altro e, più precisamente, un disegno per intaccare l’immagine dello scienziato. In parole povere: una trappola.

La conferma definitiva giunge quando, per un caso fortuito, l’occhio di uno degli accompagnatori cade su un fax poggiato sul piano della reception, appena giunto e inviato all’organizzatrice del viaggio da una giornalista assai nota, vicina agli ambienti più ostili al Metodo e che successivamente non lesinerà critiche anche diffamatorie, attirandosi una querela. A questo punto l’esponente dell’associazione genovese, che aveva riferito ai giornalisti di fantasmagorici progetti di ospedali nei quali praticare la terapia e di laboratori addetti alla produzione dei galenici, è costretta a ripartire per l’Italia con le pive nel sacco.

Lo scienziato parla il 26 al Senato argentino ed il 28 è già di ritorno. Il viaggio un po’ lo ha distratto, un po’ infastidito. In ogni caso nessun obiettivo concreto è stato raggiunto, anche perché lo stato argentino non può – cosa scontata – creare occasioni di dissapori con un governo italiano impegnato nella sperimentazione e che non ha certo mancato di far presente, per via diplomatica, lo scarso gradimento per qualsiasi interferenza. Ma sarà bastato informare chi siano gli antipatron del Metodo per fare rizzare le carni ai pezzi grossi del paese neolatino. Sempre Manzoni: “questo matrimonio non s’ha da fare né oggi né mai”.

Nel frattempo regna il caos tra quanti cercano di curarsi con la terapia. I giornali riportano dichiarazioni di malati di cancro che, pur in condizioni estreme e pur rispondendo all’incredibile parametro “non trattabili o non più trattabili”, non vengono considerati abbastanza irrecuperabili per iniziare la cura.

 

In questo clima di disperante indifferenza alla disperazione ed in palese contrasto con le raccomandazioni dello scienziato, schiere di malati si rivolgono a medici che visitano “a catena di montaggio”, prescrivono stereotipati schemi e, insaziabili di proventi anche da piccolo comparaggio, raccomandano spesso farmacisti totalmente incapaci di preparare i galenici con un minimo di decenza.

Su alcuni giornali si legge: “il Gruppo di lavoro del professore è impegnato a compilare un elenco di medici esperti …del Metodo DB”. Ma quale gruppo di lavoro? Ma che staff d’Egitto? Sono cose che lo scienziato non solo non ha mai autorizzato, né esplicitamente né implicitamente, ma sempre fieramente disapprovato, ribadendo che nessuno aveva deleghe o mandati per rappresentare lui e la sua opera.

Liste di dulcamara e barboni della medicina compaiono un po’ dappertutto, anche su internet, e “laureati in medicina-non-si-sa-come”, come è solito dire Luigi, si riempiono le tasche di soldi insieme a farmacisti-droghieri (quelli del micro-comparaggio sopra evocato). Pazienti riferiscono del clima surreale delle visite in certi studi medici della capitale. Il dottore o la dottoressa dibelliano/a che …sbriga in qualche minuto il malcapitato, mentre una lunga fila di disperati attende immobile e angosciata lungo le scale. La visita? Occhiata-flash a referti, qualche domanda, fotocopie di prescrizioni precompilate scelte – nel migliore dei casi – fra tre o quattro mucchi di carte pronte sulla scrivania, una firma veloce: fuori i soldi dentro il prossimo. Insomma: terapia protocollare.

Il padre della terapia dedicava un paio d’ore alla lettura della documentazione clinica, allo studio delle lastre illuminate dal visore, alla visita del paziente; ed alla richiesta dell’ammontare dell’onorario rispondeva “pensi a curarsi”.

Come più d’una volta ebbe a dire con amara ironia:

il bello del mio Metodo è che spesso funziona a dispetto di chi lo prescrive!”.

A questo mondo, non c’è ostia che non venga bruttata dal fango.

Un’altra cosa che giova notare è come l’unanimismo avverso della classe medica sia, in un confortante numero di casi, solo apparente. Fra quattro mura e, soprattutto, a quattr’occhi, emergono opinioni che non è possibile esprimere pubblicamente: non solo per possibili ripercussioni negative sulla carriera e, di conseguenza, sul sostentamento della propria famiglia, ma anche per l’inanità di eventuali sacrifici personali non affiancati da un’organizzata e solidale protesta collettiva. Nel periodo che stiamo descrivendo, molti medici fanno sentire la loro voce di appoggio a Luigi Di Bella. Leggono l’uno le dichiarazioni dell’altro, confortati dall’evidente imbarazzo, che a volte si fa terrore, dell’ormai atavica corruttela medica ed accademica. L’esempio che andiamo a citare dimostra come a tutti siano noti burattini e burattinai. Si tratta dell’intervista fatta da un quotidiano al Prof. Ferdinando Avella, primario di neurochirurgia di un ospedale civile campano, della quale riportiamo alcuni passi:

La verità è che il giorno in cui si dimostrasse che la terapia Di Bella è efficiente, almeno su un certo gruppo di ammalati, salterebbe per aria un business di migliaia di miliardi… sappiamo già, però, che la chemioterapia non serve a niente…
La signora Bindi ha come consulenti e consiglieri tutti coloro che sono coinvolti negli interessi della chemioterapia […] . E’ evidente che non consentiranno che Di Bella scardini questo apparato. Chi deve giudicare Di Bella rappresenta la continuità industriale del nostro Paese, quindi non ha alcun interesse a confermare la somatostatina come cura contro il cancro.
Mi chiedo spesso dove vadano a finire tutti i quattrini di Telethon… .Bisogna finanziare la ricerca del professor Di Bella. Se la somatostatina si rivelasse davvero efficace la cura costerebbe poche centinaia di lire al giorno. Allo Stato la chemioterapia, invece, costa diversi miliardi e nella maggior parte dei casi è assolutamente inutile10”.

Ancor più esplicita la dichiarazione del Prof. Vittorio Staudacher – autentico “mostro sacro” – già Presidente dell’Ospedale Maggiore di Milano, esponente dell’Istituto Mario Negri e, al momento, membro del comitato etico dell’Ist. Naz.le dei Tumori. Se l’eccellenza nel suo campo (è stato un grande chirurgo) ed una lunga esperienza gli consentono di valutare l’inefficacia dei trattamenti usuali, Staudacher – classe 1913 – pur non comprendendo appieno il potenziale terapeutico del Metodo Di Bella, è in pensione, ed oltre alle critiche non è possibile intimorirlo con alcuna minaccia di ritorsione:

[…] la terapia Di Bella non guarisce (sic), ma sarebbe etico sostituirla alla chemioterapia per tutti i tumori ad eccezione di leucemie e linfomi. A mio giudizio è un enorme errore ammettere al trattamento solo i malati che si sono dimostrati ‘resistenti’ alla chemioterapia, per non fargli perdere – si dice – una chance.
Ma è tale una cura che non guarisce, come sta scritto in tutta la letteratura internazionale? La chemioterapia mette l’inferno in corpo ai malati, non ha mai guarito nessun tumore come quello dell’esofago, del pancreas, del fegato, dell’intestino, del colon, del cervello… 11”.

Intanto si recita a soggetto il copione della sperimentazione, con schermaglie parlamentari sull’approvazione del famoso decreto e personaggi della politica che si ostinano a perseverare in atteggiamenti arroganti, senza voler comprendere che i loro galloni possono finire in un attimo nella pattumiera.

Il 4 aprile un appuntamento che allarga il cuore a Luigi e lo fa tornare ad un lontano passato. Un comitato costituitosi a Parma lo invita a partecipare ad una conferenza da tenersi nel glorioso Teatro Regio.

Alcuni brevi passi delle riprese a suo tempo fatte hanno un raro potere evocativo e di rappresentazione di verità che oggi si cerca di far dimenticare, per cui ne raccomandiamo caldamente la visione da 3’35” a 4’58” nel video Metodo Di Bella – 20 anni dopo ( 1997 – 2017) Testimonianze (1 parte). In basso vengono riportate via via 4 spezzoni di intervento.

 

E’ uno di quei pomeriggi che non si dimenticano, ma rimangono nella memoria con tutte le loro luci dorate e le penombre, i colori, le voci, le lacrime ed il brusìo del pubblico, gli applausi. Il teatro è pieno, stipato come ad una prima assai attesa. Luigi, provvisto di un apparecchio acustico, è di fianco al giornalista incaricato di rivolgergli domande di interesse comune.

Vicini, Pippo, Adolfo ed alcune persone impegnate, a vario titolo, a sostenere la sua opera. Lo attende anche una sorpresa: Luigi jr., il figlio di Pippo, suonerà brani di Bach al pianoforte.

Lo scienziato si sente gratificato, un po’ intimorito e molto emozionato: si trova vicino alla casa dove Pippo, quarant’anni prima, ha trascorso gli anni di liceo sotto la guida della Professoressa Maria Franciosi e, nei palchi dai quali Pietro Tullio si inebriava di musica, centinaia di occhi lo fissano; poco lontano l’istituto di fisiologia dove aveva lavorato e insegnato per tre anni, attendendo il giorno di partire per Messina a sposare la sua Ciccina.

 

Per la storia, sarà di gran lunga più importante quello che, nell’occasione, egli dice, di tutte le mene, le meschinità, le bassezze, gli inganni dei mesi che hanno preceduto, accompagnato e seguito la cosiddetta sperimentazione. Il celebre “il numero è potenza” trova qui ulteriore smentita: miriadi di nullità producono un risultato nullo, allo stesso modo in cui la somma di infiniti zero sarà sempre zero. Per cui, con riferimento a costoro, bisognerebbe coniare una nuova massima: “il numero è impotenza”.

Parma, Teatro Regio, 4 aprile 1998, insieme ai suoi figli

 

Luigi risponde con la consueta chiarezza alle domande rivoltegli, molte delle quali formulate dal pubblico e lette dal giornalista, suscitando lunghi applausi. Rievocando le devastazioni provocate dalla chemioterapia e che giornalmente è costretto a rilevare sui pazienti che visita, mostra un’evidente anche se pacata indignazione e un’immensa pietà per le vittime di queste prassi, concludendo che, a suo parere, sono “autentici omicidi”.

Torna, reso comprensibile a tutti, il concetto cardine della sua terapia, quello di non distruggere le cellule neoplastiche intossicandole, ma favorendo la competizione tra le cellule sane che crescono e quelle neoplastiche, alle quali viene impedito di crescere, grazie all’azione differenziata delle sostanze utilizzate sulle une e sulle altre: “con la stimolazione della crescita – apparente assurdo – impedisco quella delle cellule cancerose” (riferimento ai retinoidi, fattore di crescita per le cellule sane ed inibitore della crescita per quelle neoplastiche).

 

Particolare emozione si diffonde nel pubblico quando l’Avv. Alessandri riferisce della guarigione del figliolo leucemico che ventiquattro anni prima é stato guarito da Luigi Di Bella: gli era stata fatta una prognosi di due mesi, precisa Alessandri visibilmente commosso. Tutti si levano in piedi ad applaudire ed il filmato effettuato da una emittente locale coglie lo scienziato in un’espressione che le persone a lui vicine ben conoscono: quella disegnatagli in viso dallo sforzo di dominare la commozione.

Una spigolatura con l’occasione: un giornalista che parla con Adolfo, apparentemente per scambiare opinioni, gli riferisce del fresco commento del Ministro della sanità. Questa avrebbe detto che la “vicenda Di Bella è tutto un complotto della destra”. Adolfo si incollerisce e risponde per le rime: “…e lei è un complotto della natura!”. In un fiato la battuta, dopo aver suscitato risate in varie redazioni, è su molti quotidiani.

Con singolare tempistica, la dichiarazione del ministro della sanità anticipata dal giornalista compare il giorno successivo.

 

Il termine farneticazione, usato da un parlamentare, non sembra fuori luogo, a differenza di queste dichiarazioni, inconciliabili con l’assicurata posizione super partes e con l’opportunità di non offendere gratuitamente e irritare lo scienziato: ma tanto, ormai, lo hanno ben bene gabbato.

Una breve, forse ingenua riflessione: ma come può la pubblica opinione dare credito ad una sperimentazione che a meno di un mese dal suo inizio fa registrare, da una parte, il dissenso dell’ideatore della terapia; dall’altra dichiarazioni critiche e offensive di chi sarebbe chiamato a garantire equidistanza e obiettività in nome degli interessi dei malati?

In un paese normale tutto avrebbe dovuto fermarsi, in attesa, ove possibile, di un chiarimento. Idea che non balena nemmeno un istante ai sostenitori della teoria del complotto, dopo la faticata e risicata conclusione di una maldestra prestidigitazione, preceduta da tante palpitazioni.

Imputare a “complotto” le innumerevoli testimonianze documentate, le migliaia di partecipanti alle proteste di piazza, le pur prudenti osservazioni del prof. Veronesi e le pubblicazioni del Nobel Schally, ci sembra davvero surreale.

 

Il 2 aprile era stato approvato il relativo decreto, ma la Corte Costituzionale è chiamata a pronunciarsi in merito, mentre il Codacons presenta un ulteriore ricorso al Tar del Lazio per la somministrazione gratuita della somatostatina ai malati terminali.

Qualche giorno prima sono andati a trovarlo medici di una delegazione canadese, interessati – pare – a comprendere le basi del suo Metodo. Dall’articolo del giornalista (Gabriele Villa), emerge il suo disgusto per le ennesime scorrettezze constatate e il desiderio di lasciare l’Italia. Le continue insolenze a cottimo lo hanno nauseato e definitivamente convinto della trappola ammannitagli.

 

Pochi giorni dopo si presenta l’occasione per colpire indirettamente lo scienziato. Adolfo è stato avvicinato sul luogo di lavoro da una persona che piange disperata per la malattia della moglie. Si tratta di sclerosi multipla, peggiorata dopo o nonostante le cure fatte e la richiesta è di una visita da parte del padre. Adolfo sa che al momento la cosa non è possibile, ma non se la sente di congedare il visitatore senza far nulla per aiutarlo: conoscendo i farmaci solitamente prescritti, suggerisce all’interlocutore di prenderne nota e di proporli al suo medico di famiglia. Se questi sarà disponibile a prescriverli, il malato potrà avere benefici, in attesa di una visita e di una formulazione terapeutica completa e adeguata. Il medico di base, animato da una fanatica ostilità nei confronti del Prof. Di Bella, si precipita balzelloni all’ordine dei Medici, farneticando che il figlio del fisiologo laureato in giurisprudenza “si è messo pure lui a prescrivere”.

E’ una bassezza e un totale stravolgimento dei fatti, che non impedisce peraltro uno zelante esposto dell’Ordine e l’immediato annuncio alle agenzie di stampa. Il 24 aprile i quotidiani riportano la notizia. Questa viene subito smentita dall’interessato e dal marito della paziente, ed il magistrato, appurati i fatti, getta l’esposto nel cestino della carta straccia: ma nessun richiamo sarà inviato al medico arso dallo zelo…

Nonostante ciò, dopo alcuni mesi andrà in scena – incentivata da ambienti facilmente immaginabili – una sgangherata rappresentazione in un teatrino bolognese di quarto ordine, nel corso della quale, fra tante malevolenze, compare anche la vicenda della famosa …“ricetta” di Adolfo. L’ennesimo riscontro della massima medievale “audacter calumniare, semper aliquid haeret12.

Ad appena un mese dall’avvio della sperimentazione, iniziano a giungere testimonianze negative. Queste riguardano molteplici aspetti: dall’arruolamento di malati in stato preagonico (molti muoiono prima ancora di poter iniziare la terapia) ai farmaci impiegati, al mancato rispetto delle intese relative alla loro conservazione e somministrazione, ad un vero terrorismo psicologico praticato in diversi ospedali13. Molti pazienti hanno appreso da giornali e riviste (forse non letti dagli sperimentatori…) quali siano i farmaci solitamente impiegati nel MDB e protestano quando constatano che più della metà non sono impiegati. Queste anomalie sono già state segnalate in lettere indirizzate in via Marianini ed alle associazioni e in numerosi esposti alla magistratura presentati dalle associazioni e dai pazienti stessi. La strana carestia dei farmaci impiegati nel Metodo Di Bella origina lettere dell’Aian al Ministero. Questo risponde che ha fatto e sta facendo di tutto, ma che la causa è da imputarsi alla capacità produttiva delle aziende14. argomentazione inattendibile, dato che colossi come Novartis (per le specialità Sandostatina, Synacthen e Parlodel), Bayer (per la specialità At10), Wyeth Lederle (Matrix), Rottapharm (Dona) ed altri possono inondare il mercato in pochi giorni, nella stragrande maggioranza dei casi, di qualsiasi farmaco di sintesi.

Finalmente il 28 aprile emergono particolari dei misteriosi itinerari seguiti per la firma dei protocolli. Tutti i quotidiani titolano “Un falso per Di Bella”, “Falsificate le firme sui protocolli”, “sperimentazione farsa” e simili.

 

Il giorno prima lo scienziato è stato invitato da Bruno Vespa alla presentazione del suo libro e, intervistato da alcuni giornalisti, ha rivelato particolari sconcertanti dei quali è venuto a conoscenza.

Un paio di settimane prima, due ispettori inviati dal giudice Raffaele Guariniello erano giunti discretamente in via Marianini, mostrando a Luigi i protocolli che avrebbe approvato e firmato. Egli rimane sbigottito: negli incontri istituzionali finora avuti, ha solo parlato della sua terapia, recandosi a Roma il 31 gennaio unicamente per firmare le procedure atte a produrre i galenici, ma non si è mai sognato di sottoscrivere “protocolli”, cioè formulazioni terapeutiche patologia per patologia. Non parliamo poi delle voragini di princìpi attivi omessi e degli assurdi criteri di valutazione adottati che figurano: oltre il 50% di riduzione della volumetria tumorale entro tre mesi, e questo su malati terminali o dichiarati irrecuperabili!

D’altronde solo un eccesso di masochismo o di follia pura potrebbero condurre l’ideatore della terapia – lui tanto scrupoloso e preciso – ad accettare un’approssimazione largamente lacunosa e parametri di giudizio assurdi. Al colloquio è presente anche Adolfo, dato che i due funzionari giungono di domenica.

Questi chiedono allo scienziato se la firma sia la sua e questi lo conferma, ma ribadisce che non ha mai siglato scempi simili e tantomeno a Siena, dato che non vi si reca da oltre vent’anni: anzi – precisa – su invito del Ministro ha vergato di pugno lo schema da seguire (del quale abbiamo parlato nelle pagine precedenti) con l’indicazione dei farmaci, delle modalità e di ogni chiarimento utile.

L’unica spiegazione – pensa – è che si tratti di firme fotocopiate. In realtà non è così. Gli ispettori gli fanno notare infatti che le firme sono apposte – millimetro più, millimetro meno – alla stessa distanza dal margine inferiore dei fogli e con la stessa inclinazione: proprio come avviene quando si firmano atti voluminosi precedentemente letti con attenzione e si sfalsano di pochi centimetri le pagine per firmarle senza perder troppo tempo. Tutto appare allora chiaro, come diremo esplicitamente ricostruendo in modo chiaro la successione dei fatti.

Luigi è indignato e parla senza remore, dicendo della sperimentazione e dell’episodio che:

[…] sono quasi sicuro che sarà un imbroglio; non mi interessa niente”, che coloro che conducono la sperimentazione “sono rigorosamente contro il sottoscritto e non hanno volutamente capito nulla del mio metodo. Io continuo per la mia strada, che vedo confermata giorno per giorno su centinaia di pazienti. Nell’attuazione della sperimentazione non è stato osservato quello che io avevo dichiarato sarebbe stato necessario”.

Precisa che nei protocolli mancano alcuni componenti fondamentali, che in un protocollo compare un farmaco da lui mai adottato, il Tamoxifene – “…non mi sono mai sognato di darlo, in quanto potenzialmente cancerogeno sul collo dell’utero delle donne” (in realtà si trattava del residuato della proposta di Veronesi) – ed eccepisce che gli arruolati sono stati pesantemente pretrattati con chemio e radio, dopo che in più occasioni, ed il 14 gennaio in particolare, aveva detto che dopo questi trattamenti si verifica un calo verticale di efficacia del Metodo Di Bella.

Circa il mistero di Siena, risponde ai giornalisti che gli chiedono quali siano i responsabili:

[…] Volete che lo dica io? Voi giornalisti lo sapete meglio di me”. Ribadisce poi: “Io ho firmato solo due documenti: quello che ho dato al direttore generale dell’Istituto chimico militare di Firenze e quello che ho dato alla commissione per dire come avrebbero dovuto essere propinati i farmaci. Sono relativi, ripeto, uno alla preparazione dei farmaci galenici, l’altro alla somministrazione e alla successione nella sperimentazione15.

Non è impossibile risalire a chi si debba il gioco di prestigio di fogli sfalsati e firme a margine, e dedurre che altri erano al corrente della cosa; ma, a distanza di tempo, non sono tanto i nomi, quanto gli ambienti e le loro motivazioni ad interessare ai posteri. L’unica occasione per raccogliere la firma poteva essere il 31 gennaio 1998.

Un ruolo importante, per non dire essenziale, hanno avuto – oltre all’esasperazione per lo sconvolgimento delle sue abitudini di vita – i problemi di vista di Luigi Di Bella, dei quali esiste ampia prova documentale, alla luce dei quali il giudizio morale sui colpevoli, che sicuramente ne erano a conoscenza, si fa ancora più pesante.

Prima di acquisire un documento giudiziario che chiarisce – nel puerile tentativo di nasconderlo – cosa sia accaduto quel 31 gennaio 1998, sulla base di elementi concordanti eravamo convinti che l’imprevista e improvvisa uscita dalla sperimentazione di Umberto Veronesi potesse avere qualcosa a che vedere con la vicenda: forse per la contrarietà di essere coinvolto in mene alle quali non aveva partecipato e per il rigetto della sua proposta iniziale di condurre la prova sotto forma di studio randomizzato.

Lascia infatti molti dubbi la motivazione addotta dall’oncologo circa il numero troppo modesto di pazienti del suo protocollo, dato che sono decine di migliaia i malati che farebbero carte false (scusate il lapsus…) per curarsi con il Metodo Di Bella.

D’altronde, in una lettera indirizzata il 6 maggio al Prof. Donato Greco presso l’Istituto Superiore di Sanità, l’oncologo milanese, nel manifestare la “grande difficoltà ad arruolare pazienti per il protocollo n. 2”, ha modo di affermare che “…lo studio, privato del braccio che contemplava la somministrazione della sola MDB, aveva perso molto del suo significato16.

Il documento giudiziario del quale abbiamo già pubblicato stralci nel precedente capitolo, acquisito dopo la pubblicazione del “Poeta della Scienza” in cartaceo del 2012, toglie ogni dubbio e conferma in pieno tutte le deduzioni e ipotesi fatte precedentemente.

E’ una pagina della storia – e decisamente di una storia che non onora certo il nostro tempo ed il nostro Paese – quanto viene dettagliatamente scritto, per cui ne raccomandiamo a tutti la lettura attenta “Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, nr. 5321-415-98/ – Esiti dell’indagine. “Caso Di Bella”, Pag. 13

 

Cosa si deduce da questa pagina che non è esagerato definire surreale?

Lasciamo perdere le inesattezze, che non depongono certo a favore della professionalità del redattore: viene citato erroneamente Taroni quale firmatario, mentre da precedente dichiarazione (da noi pubblicata) del Prof. Tomatis apprendiamo che era stato …defenestrato; ci si affanna a ricostruire il la cronistoria della redazione dei Protocolli, quasi fosse normale e legale la modalità scelta di procedere in assenza del Prof. Di Bella.

Più avanti si entra nel vivo ammettendo che il Prof. Di Bella era intervenuto “senza essere accompagnato dal dr. Giuseppe Di Bella o altra persona di sua fiducia”.

Poi arriva un’affermazione non vera, e cioè che il Prof. Luigi Di Bella “ha chiaramente ammesso, avanti questo Ufficio, di sapere cosa stesse all’epoca firmando”: perché non scrivere in chiaro “…di sapere che stava firmando i protocolli”? Se una persona a causa di un inganno é convinta di firmare una cosa, mentre in realtà ne firma un’altra, è ovvio che se le si chiede di sapere cosa firma risponderà affermativamente!

Lo scienziato – ripetiamo – dichiarò (28/4/98) “io ho firmato solo due documenti”:

  1. …quello che ho dato al direttore generale dell’Istituto chimico militare di Firenze.”, cioè le norme di scelta e preparazione dei galenici;
  2. …quello che ho dato alla commissione per dire come avrebbero dovuto essere propinati i farmaci”, cioè le due pagine autografe datate 31.1.98 con l’elenco dei farmaci fondamentali da somministrare, di coadiuvanti e con indicazioni su alcune cautele e modalità di impiego.

Quindi è falso che lo scienziato sapesse di firmare protocolli che non erano frutto di sue indicazioni, ma di arbitrari schemi altrui. E questa è cosa di gravità inaudita.

Ed appare odioso l’inciso, con un tono, non si sa se di “sfottò” o di compiacimento per il proprio astuto operare:

[…] é quindi evidente che nel firmare il documento il Prof. Di Bella non fece caso (?? sic) alla data ed alla città […]

evidente che?

Leggiamo poi che “…non volle rileggere il documento…“, “…dopo la relazione del Prof. Veronesi…” che non relazionò un accidente sul contenuto!

Osserva poi il magistrato che dubitare che lo scienziato non sapesse che firmava i protocolli sarebbe “…impensabile e umiliante per l’alta figura morale del Prof. Di Bella” e che “…l’eccezionale scienziato omettesse di rendersi conto di cosa stesse firmando”! E’ davvero un’indecenza!

Prende un indicibile disgusto nel passare in rassegna quello che accadde.

I fatti

Lo scienziato si presentò da solo, come raccomandatogli. La tensione doveva essere forte, un po’ come quella del giocatore di poker che ha imbastito un colossale bluff, puntando sulla mano fino all’ultimo centesimo. Bisognava sistemare questa grossa grana, e alla svelta: “qualcuno”, specie con l’approssimarsi dell’unificazione europea, doveva avere avvertito che non sarebbero stati tollerati errori, rimandi, ritardi. Il responso, quindi, doveva essere decisamente negativo e inappellabile. Documenti che proporremo nel prossimo capitolo lo dimostrano.

L’importante era ottenere una firma, avuta la quale la strada sarebbe stata tutta in discesa. Chiusa la gabbia e gettata via la chiave, il leone poteva ruggire quanto voleva. Pochi mesi ancora, ed anche la sua immagine sarebbe stata demolita e lui sarebbe stato rappresentato quale strambo personaggio del montante empirismo alternativo.

Ma quel 31 gennaio chi sapeva, e soprattutto chi era chiamato a procedere ed assumersi la responsabilità del gioco delle tre carte, tremava. Le pagine dei protocolli di Siena rappresentavano un atto di grossolana falsificazione assolutamente senza precedenti, un peso immane che non si vedeva l’ora di togliersi dallo stomaco. Era stato imprudente, e forse temerario, progettare la prova in modo che non potesse dar altro che esito negativo, e farla firmare da chi ne avrebbe ricavato danno? Cosa sarebbe successo se il Prof. Di Bella avesse miracolosamente riacquistato la vista necessaria a leggere l’atto e fosse riuscito a superare lo stato di esasperazione che lo possedeva (“fate quel che volete”)? Se avesse preteso la presenza dei propri figli?

I politici – si sa – sono rotti a qualsiasi inganno e sotterfugio, anche se non si può imputar loro una faccia di bronzo, dato che il bronzo non é il più duro dei metalli. Ma gli altri? A parte i complici, chi aveva indovinato cosa si voleva fare non ebbe il coraggio di ribellarsi, né sentì il dovere di denunciare alla Giustizia quanto stava accadendo: ma al tempo stesso, come vedremo, non intese compromettersi avendo ruolo attivo nell’inganno. Ancora una volta ci sovviene un famoso passo manzoniano: “il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”.

A nostro parere sarebbe stato compito dei legali dello scienziato prendere visione dell’atto giudiziario al quale abbiamo fatto riferimento, e valutare se esistessero gli estremi per una denuncia, dato che nessuno, nemmeno un magistrato, é al di sopra della legge.

Ma passando ad esporre la nostra scientifica ricostruzione dei fatti, era palpabile la tensione di chi presenziò a quell’incontro.

  • Il tempo trascorse tra convenevoli, ostentazione di cordialità eccetera. Sul tavolo era presente un unico fascicolo, quello che, come da programma, lo scienziato era stato chiamato a firmare.
  • Ma questi, insospettito dalle impacciate digressioni del teatrino imbastito, non appena invitato a procedere alla firma, recalcitrò, opponendo che non aveva senso approvare le norme di preparazione dei galenici prima di fissare componenti e modalità d’impiego del suo Metodo. Un brivido corse su molti augusti basti. Si era a un passo dal disastro. Si allungarono i tempi previsti.
  • Mentre il panico circolava tra i presenti, il ministro invitò il Prof. Luigi Di Bella, per tagliare la testa al toro, a stendere lui stesso di proprio pugno lo schema: maggiore trasparenza di così…! Luigi Di Bella procedette a redigerlo con lentezza, sia per la volontà di non dar adito ad equivoci, che per i citati problemi di vista.

A questo punto, sicuro che con un documento autografo e firmato aveva fatto quanto in suo potere per evitare inganni, si accinse alla firma di quelle che non poteva che ritenere fossero le norme di preparazione dei galenici.

Quanto al Il Prof. Veronesi, interrogato sull’epilogo della giornata, aveva dichiarato di non avere pensato che lo scienziato non si rendesse conto di ciò che firmava. Un proverbio siciliano recita: “cu si vaddau si savvau” (chi si è guardato, si o salvato): a questo punto “…si verificò l’allontanamento del Prof. Veronesi, che doveva infatti recarsi presso il Comitato etico…”.

Comitato etico? Proprio in quel momento doveva recarsi al comitato etico? Non voleva venire in alcun modo implicato in ciò che stava accadendo? Al lettore le conclusioni.

  • Si andò alla firma alla sera…” si conclude la pagina citata, a conferma delle sette camicie sudate in manovre diversive e rinfancatrici.

Ecco fatto! Metteremmo la mano sul fuoco che non sia mancato chi, a cose fatte, abbia esclamato: “tiè”! Visto come si fa? Voi che tremavate come foglie! Cari miei, se non ci avessi pensato io!

Ecco come andò la formalizzazione dei Protocolli.

Copia della preparazione dei galenici fu recapitata a Modena tramite Prefettura; quanto ai protocolli, come abbiamo visto, ci si dimenticò di spedirli, e si persero nei meandri degli archivi ministeriali: anche se non molto tempo dopo li ritrovarono gli Ispettori inviati dal Dr. Guariniello. Ma questo è un’altro paragrafo della vicenda, che ci riserviamo di rievocare più avanti. Ci si conceda, a proposito di questa riemersione e successiva nonché definitiva immersione documentale, di ripensare ad un verso del celebre 5 maggio di Manzoni: “cadde, risorse e giacque”.

Ah, dimenticavamo: non esiste un verbale che attesti l’avvenuta firma del Prof. Di Bella. La distrazione è più diffusa di quanto non si pensi.

Il lettore ci perdonerà se non resistiamo a riproporre la copertina di un libro di sessant’anni fa.

 

In quel fine aprile-inizio maggio il clima è assai pesante per i prestidigitatori, non solo e non tanto per questi clamori di stampa, quanto per il timore che qualche busta grigioverde – contenente avvisi di fine indagini o avvisi di garanzia – arrivi fischiando come il proiettile di un obice. Raffaele Guariniello è uno di quei magistrati che si ostinano a fare i magistrati e non accettano il principio che la legge è sì uguale per tutti, ma per taluni più e per altri meno uguale. E’ così che il 5 maggio pomeriggio una delegazione del Ministero della Sanità si reca in via Marianini con un’espressione di viso intonata alla storica ricorrenza: “ei fu…”! Era stato proposto un incontro a Bologna, presso la sede della Regione, ma lo scienziato rifiuta; in alternativa si pensa a quella del Comune di Modena: ma Luigi fa sapere che o vengono loro a Marianini, o non se ne fa nulla.

Preoccupati per la consapevolezza che a pagare sono sempre i pesci piccoli, per quanto apparentemente grossi, e con l’incubo di avvisi di garanzia in viaggio, la “delegazione” giunge a Canossa, alias via Marianini numero civico quarantacinque. Frotte di reporters, cameramen, curiosi; luccichio di obiettivi di telecamere e macchine fotografiche e nereggiare di teste dalle finestre del condominio confinante. Seduti sugli scalini dell’edificio antistante, come capitati per caso, i due ispettori di Guariniello, giunti da Torino. Arrivano Giuseppe Benagiano, direttore dell’Istituto Superiore della sanità, Umberto Veronesi e Lorenzo Tomatis, Dino Amadori, presidente dell’Associazione italiana di oncologia, Donato Greco, membro della commissione ed il Capo di Gabinetto del Ministero, Marzio Branca. Tranne Veronesi, che sembra di buon umore, forse per essere uscito da un garbuglio che gli piaceva poco, hanno tutti un’espressione cupa e ansiosa.

Pippo entra insieme agli ospiti, al padre ed all’avvocato Aimi nella stanza del primo piano dove è stato liberato un grande tavolo, prima ingombro di carte e di materiale da laboratorio. Veronesi si scusa con Luigi per il protocollo con Tamoxifene, attribuendo la cosa ad un equivoco insorto, assicurando che questo viene sospeso e che, al di fuori della sperimentazione, lo porterà avanti per conto suo all’I.E.O. Per dovere di cronaca, viene riferito che il protocollo di Veronesi con solo MDB avrebbe sollevato riserve da parte dei Comitati etici.

Abbiamo cercato sulla Treccani eventuali diversi significati dell’aggettivo “etico” e del sostantivo “etica”, ma la nostra ricerca é risultata vana.

Nessun sostantivo, ad eccezione di “libertà” e di “democrazia”, è stato tanto maltrattato nel nostro tempo. Si discute per quattro ore, tra momenti di palpabile imbarazzo da parte di qualcuno degli ospiti. Alla fine si raggiunge una bozza di intesa, dopo che Adolfo ha espresso la sua contrarietà ad una statuizione inopportuna17. Per strana combinazione, non si sono riusciti ad arruolare pazienti per due protocolli che prevedevano pazienti non pretrattati!

Della riunione viene effettuata registrazione audio, ascoltando la quale si comprende quali siano i timori degli sperimentatori. Dover ammettere che farmaci fondamentali non sono stati somministrati per un periodo di quasi due mesi, può significare solo una cosa, e cioè far sapere al mondo intero che:

  1. Lo studio è stato e viene condotto in un clima di ostile preconcetto, senza la più piccola traccia di diligenza, buona volontà e attendibilità scientifica;
  2. Gli schemi seguiti sono soltanto una pallida reminiscenza del vero Metodo Di Bella, tradendo le attese di chi ha dato il proprio assenso per l’arruolamento;
  3. Date le omissioni, si è vanificata la possibilità di miglioramenti o di salvezza di malati già condannati dalle loro condizioni drammatiche o terminali;
  4. La sperimentazione è totalmente da rifare, procedendo ad arruolamenti ex novo.

Una prospettiva che comporta anche – come ovvio – conseguenze legali gravi a carico di quanti sono coinvolti, oltre che la dimostrazione di totale inaffidabilità dello studio in sé e dei suoi conduttori.

In una situazione come questa, nella quale tremori e fretta sono risultati fatali, facendo commettere troppi e troppo plateali errori alla mano operativa dei nemici del Metodo, questi potrebbero considerarsi letteralmente in trappola: principalmente a causa degli inevitabili passi falsi originati dalla forsennata fretta che qualcuno ha fatto loro per concludere la “vicenda Di Bella”.

Non che, automaticamente, si riuscirebbe ad ottener giustizia e verità, ma sarebbe assai probabile una reazione a catena, con dimissioni forzate ai vertici di istituzioni sanitarie e ministeriali. Se lo scienziato si irrigidisse, come minimo potrebbe esigere ed ottenere l’invalidazione dell’operato pregresso e l’ammissione che si è agito con sciatta frettolosità. Dopodiché nessuno darebbe un minimo di attendibilità all’agognata (e scontata) conclusione negativa della prova.

Non averlo fatto rappresenta, in piena obiettività, un errore fatale, anche se occorrerebbe essersi trovati sul campo di battaglia prima di dare giudizi. Improntitudine ed eccessiva sicurezza di impunità hanno condotto l’esercito avverso in una forra, circondato senza speranza. La porta della gabbia è chiusa e mancherebbe solo darvi un paio di mandate, quando si profila, come per magia, la via di fuga tracciata da una preoccupazione umana: lo sconforto nel quale si getterebbero i malati già arruolati, evocato da qualcuno degli ospiti. E l’argomento – questo argomento – non può lasciare insensibile un Luigi Di Bella.

Programmata coincidenza, lo stesso giorno compare sui quotidiani la notizia di incoraggianti risultati su cavie di due proteine anticancro impiegate dal professor Judah Folkman. Non si è nemmeno alla fase uno, quella dei test di tossicità sull’uomo e non si tratta di notizia nuova, bensì di rispolveratura, ma Folkman avrà la sua parentesi di celebrità grazie a Luigi Di Bella. Opinionisti a gettone si scarmigliano a sottolineare la “serietà” del ricercatore statunitense (peraltro professionalmente onesto), la sua lunga ricerca, la prudenza con la quale si è mosso nel comunicare i primi dati. Cosa ben diversa – caspita! – da Di Bella …che dall’oggi all’indomani – appena cinquantotto anni di ricerca – s’inventa una terapia e la sperimenta direttamente sui malati! Di fronte a certe affermazioni il giudizio rimane dubbiosamente in bilico tra turbe mentali congenite e disonestà: da una parte centinaia e centinaia di malati che testimoniano della validità del Metodo Di Bella (venticinque almeno dei quali riscontrati vivi e pimpanti da oltre dieci anni dagli stessi spregiatori), dall’altra lo squittio di una manciata di topi, più difficile da decrittare della stele di Rosetta.

Circola anche una battuta caustica dei maligni colleghi di Folkman, a sottolineare il finalistico ripescaggio del ricercatore americano: “se sei un topo ed hai il cancro, vieni da me ed io ti curerò!”. Il povero Judah, suo malgrado eretto a fantoccio diversivo anti-Di Bella, non si impiccherà ad un albero di fico, ma semplicemente, esaurito il ruolo mediatico appiccicatogli, sparirà dalla scena con la stessa rapidità con la quale vi è entrato.

Il 10 maggio Luigi è a Torino, convocato per un colloquio informativo dal giudice Guariniello, che nei giorni precedenti ha sequestrato presso il ministero della sanità l’originale della ricetta-guida da lui redatta e firmata il 31 gennaio ed i verbali della commissione oncologica. Al ritorno riferirà ai figli di avere ricevuto l’impressione rassicurante di un magistrato integerrimo, non condizionabile dall’esterno ed interessato unicamente all’accertamento dei fatti.

Al ritorno, gradita come sempre, una lettera dell’amico Prof. Edoardo Storti, che gli aveva chiesto di interessarsi al caso della moglie di un personaggio importante, puntualmente visitata poco tempo prima: “desidero anch’io ringraziarti vivissimamente e spero proprio che continui il notevole miglioramento che la grave malata ha già avuto. Con le più care cordialità un affettuoso abbraccio, tuo Edoardo”.

Sono arrivate anche altre lettere, dal Brasile, che lo invitano a visitare il paese: il 12 maggio giunge la lettera del Prof. Antonio Celso Alves Pereira, rettore dell’Università di Rio, il 14 quella del Dr. Neto, dell’ospedale São Miguel di Santa Caterina.

Venerdì 22 maggio parte per il Brasile. Le giornate che si succedono saranno fitte di impegni. Lo stesso giorno dell’arrivo, il 23, sale i 222 scalini che conducono alla statua del Cristo Redentore, che da oltre settecento metri d’altezza domina la città di Rio. Luigi affronta la fatica con disinvoltura, mentre i suoi accompagnatori abbozzano sorrisi stentati per dissimulare il fiatone. Sosta pensieroso davanti all’imponente statua di Cristo, rimane incantato dal panorama e dalla visione del mare e dichiara che gli piacerebbe vivere il resto della sua esistenza in un luogo così bello.

 

Oltre ad impegni secondari inframezzati nel programma, il 25 si reca all’Ospedale Federale della Lagoa per definire il trattamento con la sua terapia, che dovrebbe essere applicata su un gruppo di venti pazienti; il 26 è un giorno estenuante con la visita di parecchi malati da sottoporre al trattamento (purtroppo sono in maggioranza pazienti in precarie condizioni); il 27 incontra il Console Generale d’Italia a Rio de Janeiro presso l’Ambasciata italiana, il pomeriggio prende parte ad una riunione con la comunità italiana, il 28 tiene una conferenza all’Ospedale Rio Mar sul “tratamento do cancer com Metodologia Di Bella” ed il pomeriggio parla sull’applicazione del suo Metodo. Il 29 tiene una seconda conferenza all’Università dello Stato di Rio de Janeiro, incontra il governatore dello Stato di Rio e presso l’Assemblea legislativa, a Palazzo Tiradentes, gli viene conferita un’onorificenza per alti meriti scientifici ed umanitari. Chi ha collaborato all’organizzazione di questo programma non si è certo preoccupato per l’affaticamento cui è sottoposto un uomo di ottantacinque anni: c’è sempre un risvolto utilitaristico o, quantomeno, di auto accreditamento, dietro certa intraprendenza. Naturalmente è facile, per chi vede come fumo negli occhi un nuovo corso terapeutico, intervenire attraverso le vie opportune per “sconsigliare” di dar luogo alle intese, e della prova non si saprà più nulla.

Nel frattempo, una buona notizia: la Corte Costituzionale ha bocciato il decreto Bindi, considerando illegittimo il provvedimento, in quanto non prevede la corresponsione gratuita dei farmaci a favore di coloro che “versino in condizioni di insufficienti disponibilità economiche”. Ma la valenza della pronuncia riguarda solo quei malati terminali per i quali non esistano valide alternative terapeutiche. Come dimostrerà il futuro, nemmeno la legge fondamentale dello Stato e l’interpretazione a questa data dal massimo organo giurisdizionale basteranno a fermare certi disegni.

In quel mese di maggio si inaugura l’A.I.A.N. Modena, fondata da diversi pazienti. La presidente, Ivana Bergonzini, è stata curata per un mieloma, la vicepresidente, Paola Bertani, per un carcinoma mammario, uno dei consiglieri per un osteosarcoma. Si tratta di casi non sottoposti precedentemente ad alcun trattamento. Nonostante abbiano offerto la loro documentazione in visione (come sempre le diagnosi sono di paternità ospedaliera e incontestabili), le loro storie cliniche non saranno mai esaminate e studiate da alcuno.

Nel frattempo ripiovono da più parti segnalazioni di anomalie ed irregolarità nella conduzione dei protocolli: sia alle associazioni (all’Aian di Roma in primis) che al Ministero della Sanità e ad autorità dello Stato.

La somatostatina proviene da case farmaceutiche diverse, alcune delle quali usano un principio attivo di origine cinese o greca, di infima qualità ed efficacia; inoltre, invece della prescritta relativa infusione con siringa temporizzata, lentamente e nelle ore serali, si fanno intramuscolo (anziché sottocute) e in qualche minuto, pregiudicando l’efficacia anticrescita della sostanza e provocando forti sintomi avversi (dolori addominali, vomito, nausea).

Cosa importa se malati reduci da sofferenze fisiche e morali soffrano ancora! Quel che conta è poter dire che la terapia è tossica e provoca effetti avversi!

Gli accorgimenti per evitarli effetti indesiderati erano stati minuziosamente indicati nella ricetta-guida vergata dallo scienziato il 31 gennaio ed altrettanto minuziosamente ignorati: cosa incompatibile con una prova rigorosa, che fra l’altro prevederebbe il ricorso non solo ad un’unica specialità, anch’essa indicata chiaramente dal Prof. Di Bella, e cioè lo “StilaminSerono (che di lì a poco sarebbe anch’esso qualitativamente scaduto), ma ad un unico lotto della stessa.

Pazienti vedono con sgomento (e denunciano ad associazioni e giornali) flaconi di soluzione di retinoidi ammonticchiati accanto le finestre a cuocere al sole, nonostante la tassativa raccomandazione di conservarli al riparo dalla luce e dal calore, mentre moltissimi riferiscono di un lezzo di fogna che esala dalle confezioni non appena le si apre. Lo stesso dicasi per la melatonina, in alcuni distretti dispensata sotto forma di capsule e non di compresse, con conseguente invalidazione della sua biodisponibilità, dato che il legame con l’adenosina avviene solo sottoponendo le due sostanze a compressione di parecchie atmosfere ed alla relativa produzione di calore.

A questo si aggiunge una circostanza inquietante: sia Luigi che altri medici che prescrivono la terapia hanno notato un drastico calo di attività anche dell’octreotide, ove preferito alla somatostatina. Una mattina Giancarlo Minuscoli giunge trafelato da Bergamo: “Professore, l’octreotide non mi risponde più come prima”, trovando conforto in analoga constatazione da parte di Luigi, che ravvisa in un cambiamento di posizione spaziale di un legame chimico – che decifra con precisione – il netto calo di attività del farmaco.

Se agli infiniti arbìtri degli sperimentatori si uniscono clandestini sabotaggi da parte delle aziende produttrici, che speranza si può avere di una prova rispondente a obiettività e scientificità?

E soprattutto: non denota, il numero e la varietà di queste occulte contromisure, una convinzione fideistica dell’efficacia della terapia, visto e considerato che é applicata solo parzialmente e per giunta su pazienti semi-agonizzanti?

In un futuro forse non lontano verrà sancito che il Mdb é stato contrastato ferocemente a causa della sua efficacia, e non per una supposta inefficacia.

A questo punto, come non parlare di crimine?

Quanto alla integrazione che era stata convenuta a inizio maggio, dopo la riunione in via Marianini, le informazioni che giungono descrivono la situazione esattamente come prima18; per non parlare dell’erogazione a singhiozzo della manciata di farmaci somministrati.

Altra grave anomalia concordemente riferita è quella dell’accoglienza riservata agli arruolati, trattati come allocchi e sfiduciati da argomentazioni faziosamente critiche e quasi sistematiche19. Ad ulteriore conferma di quanto detto – relativamente alle specialità a base di somatostatina ed octreotide – pazienti in cura, al di fuori della sperimentazione, fanno rilevare inspiegabili peggioramenti20, mentre molti di coloro che sono stati arruolati avvertono sintomatologie mai accusate dai malati ordinariamente in cura.

Impossibile elencare tutte le conferenze che Luigi è invitato a tenere ed i premi che gli vengono conferiti da enti ed associazioni diverse. Ovunque compaia, folle di persone accorrono ad ascoltarlo e applaudirlo, nonostante la semplicità di modi e la modestia che gli sono congenite. Solo gli ambienti accademici latitano e, quando possono, non perdono occasione di ostentare rancore e stizza.

Come accade in marzo a Pisa, dove è stato invitato a tenere una conferenza nell’Aula Magna dell’Università – la stessa dove aveva insegnato e lavorato un suo caro amico ed estimatore, il grande Prof. Giuseppe Moruzzi – da un comitato degli studenti: qualche giorno prima gli giunge una speciosa lettera del Rettorato, dove si tiene a precisare, ad evitare fraintendimenti, come l’iniziativa debba essere attribuita unicamente al coordinamento studentesco…. Sono meschinità che danneggiano molto più gli autori che i destinatari. Luigi si cura poco della villania e l’onore della gloriosa città è ristabilito dalla cordiale accoglienza e da quanto gli dicono comuni cittadini che si fermano a salutarlo quando, finito di parlare, guarda l’Arno appoggiato ad un parapetto: “Professore vada avanti e non molli! Ci liberi dai baroni!” (che ancora oggi come un cancro invade tutte le Università Italiane! n.d.r.). Già, sempre quei baroni! Gli stessi ai quali è stata affidata la sperimentazione.

Vola in Canada i primi di giugno, invitato dal sottosegretario alla sanità Joe Volpe, che conosce da tempo per avere curato – con successo – un familiare. Se l’accoglienza del pubblico e di alcuni medici è calorosa, il fronte degli oncologi locale è invece compatto ed ostile, come prevedibile d’altronde. Tornerà in settembre, seguìto da un drappello di medici indesiderati e non invitati, ansiosi di crearsi uno sbocco nel paese nordamericano: riusciranno soltanto a gettare discredito sulla terapia con la loro insipienza professionale e avidità.

Il 5 luglio va con Adolfo, la presidente dell’Aian Modena ed altre persone amiche a Farini, una località a mille metri d’altezza in provincia di Piacenza, a ritirare il “Bisturi d’oro”. Al ritorno ci si ferma a bere un caffè in un locale a Grazzano Visconti, con i gestori emozionati e commossi che, non avendo altro da donargli, gli regalano un piatto con la riproduzione della cittadina.

Il giorno dopo coglie l’occasione di un convegno a Milano per recarsi al San Raffaele a fare una visita oculistica prima dell’intervento di cateratte programmato due giorni dopo: la speranza è infatti che il calo della vista, che si è fatto ormai drammatico, dipenda principalmente da questa anomalia. Torna di pessimo umore, con dolori abbastanza acuti e l’occhio lacrimante.

Venerdì 10 luglio “l’assaggio” di ciò che verrà: i giornali, in prima pagina, riferiscono dei “risultati sconfortanti” registrati nello studio autonomo avviato in Lombardia. Un annuncio scorretto, oltre che di attendibilità nulla, a qualche settimana dai primi esiti parziali della sperimentazione in corso. Pippo è andato a ritirare, essendo Luigi ovviamente impossibilitato, il Premio della Versiliana conferito al padre. Il giorno dopo lo scienziato, nel corso di una intervista telefonica, parlerà senza peli sulla lingua di “delinquenti” riferendosi agli annunci lombardi.

 

 

 

 

 

 


1 Lettera indirizzata il 15/1/98 dal Prof. Luigi Di Bella al Direttore dell’Ist. Superiore di Sanità e, per conoscenza, al Ministro.

2 Il decreto citato disponeva che “qualora non esista valida alternativa terapeutica, sono erogabili a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale, a partire dal primo gennaio 1997, i medicinali innovativi la cui commercializzazione è autorizzata in altri Stati ma non sul territorio nazionale e i medicinali non ancora autorizzati ma sottoposti a sperimentazione clinica… inseriti in apposito elenco predisposto e periodicamente aggiornato dalla Commissione unica del farmaco conformemente alla procedura e ai criteri adottati dalla stessa”.

3 Il dosaggio consueto ad inizio terapia è infatti di 3 milligrammi.

4 La lettera fu anche spedita via fax al Min. della Sanità, con “conferma ricevuto” delle 14,14 dello stesso giorno.

5 Particolari assai interessanti di questa affannata disamina possono leggersi nel libro di Vincenzo Brancatisano: “Un po’ di verità sulla terapia Di Bella”, alle cui affermazioni e considerazioni non è mai stato possibile opporre critiche o argomentazioni contrarie da parte di alcuno.

6 […] invio in allegato alla presente il documento da me prodotto… .che ha dato origine (non una versione rimaneggiata non so da chi) all’articolo sulla rivista ‘Oggi’. Inoltre invio copia della smentita che l’Istituto Sup. di sanità, dopo avermi sentita, ha inviato alla stessa rivista e a tutti i quotidiani che hanno trattato lo stesso argomento. Come noterà Lei stesso dal testo in inglese, esso non contiene alcun dato sui risultati, peraltro non disponibili, ma solo una sintesi del protocollo di ricerca e una esposizione del ‘punto’ a cui erano arrivati i lavori a quella data (il mio testo è stato trasmesso all’ISS il 7 aprile). I giornalisti hanno equivocato (o sono stati indotti a equivocare) interpretando il numero di ‘trovati presso i Registri Tumori’ come vivi (mentre possono essere vivi o deceduti) ed il numero di ‘trovati presso i Registri di Mortalità e/o Anagrafi di residenza’ come deceduti (mentre possono essere deceduti o viventi)… .Rimane l’amarezza del fatto che un documento del tutto innocente è stato trasmesso alla stampa senza autorizzazione e drasticamente equivocato nei contenuti. Purtroppo, nonostante i miei sforzi, finora non sono riuscita a sapere chi è il/la responsabile di questa gravissima scorrettezza. Dottoressa Eva Buiatti”.

7Procedure per il rapporto tra i mass media e i partecipanti alla sperimentazione MDB”, pag. 1.

8 La D.ssa Buiatti é scomparsa il 1 luglio 2009 – otto anni dopo il Prof. Luigi Di Bella e nello stesso giorno e mese – uccisa da un tumore. Per la stessa causa è morto anche il Prof. Lorenzo Tomatis nel settembre 2007.

9 Roma, 16 marzo 1998: “Egregio Professore, La vogliamo ancora sentitamente ringraziare per il lungo colloquio che ci ha voluto accordare pochi giorni fa nel Suo studio. E’ stata per noi un’occasione straordinaria per poterLa conoscere direttamente. Ci siamo permessi di raccontare l’impressione che ha destato in noi quell’incontro in due diversi articoli pubblicati all’indomani sui quotidiani ‘Il Messaggero’ e ‘Il Mattino’. Da quei testi, se avrà il tempo e la voglia di leggerli, potrà constatare più per esteso l’enorme interesse suscitato in noi dalla Sua persona di studioso, di medico e, se ci permette, di Italiano esemplare. Forse ricorderà la falsariga di quel lungo colloquio: pensiamo Lei abbia colto la totale assenza di intenti negativi nelle nostre domande. Sono le stesse domande che Le avremmo posto se Lei avesse accettato di incontrarci alla presenza delle telecamere. E siccome l’incontro si concluse quel giorno con il rinnovo da parte nostra della richiesta di un’intervista (cui ci è parso Lei non abbia opposto un aperto rifiuto) ci permettiamo di rinnovare in questa lettera, accanto al ringraziamento per la squisita gentilezza e la pazienza con cui ci ha ricevuto, anche la domanda di un incontro a beneficio dei telespettatori. Sperando che Lei voglia davvero considerare positivamente questa richiesta La salutiamo – se permette – con sincera ammirazione. Maurizio Costanzo – Enrico Mentana”.

10Napoli Sera” del 31/3/1998, pag. 7, articolo di Roberto Tumbarello.

11 B. Vespa, op. citata.

12 “Calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato”.

13 Tra le tante testimonianze, una valga per tutte. E’ quella di una signora affetta da due tumori, un ca. mammario ed un adenocarcinoma primitivo polmonare con versamento pleurico, che aveva già fatto, senza esiti positivi, 6 cicli di chemio. La lettera fu inviata alla Dir. Sanitaria dell’Ospedale Sacco di Milano, Ufficio Relazioni con il Pubblico in data 11 marzo 1998. Queste le informazioni “obiettive” ricevute da un’oncologa addetta all’arruolamento. Per brevità ne citiamo qualche passo: “…signora è inutile che lei si sottoponga al Metodo Di Bella, in quanto è acqua sporca e pertanto di nessuna efficacia. Siccome un leggero beneficio dalla chemioterapia lei lo ha avuto (?), dovrebbe andare a Lourdes e ringraziare la Madonna. E poi signora, se lei guarisce, il merito lo diamo a Di Bella? Inoltre voi malati non dovete farvi fare il lavaggio del cervello dalla televisione e dai giornali e farvi lusingare dal Di Bella che quando appare in Tv sembra un vecchietto un po’ gobbo e tanto simpatico […] .Comunque il Vs caso non rientra nella sperimentazione in quanto noi la applichiamo solo su malati terminali che abbiano solo sei-sette settimane di sopravvivenza”.

14 Comunicato stampa n. 394 del 20/4/98 – Min. della Sanità-Ufficio Stampa.

15 Dichiarazioni riportare da numerosi quotidiani del 28/4/1998.

16 Lettera del 6/5/98, Ist. Europeo di Oncologia, Milano, siglata UV/lr, Prot. 294/98, indirizzata per conoscenza a G. D’Aiuto, E. Galante, L. Martini, N. Rotmensz. Il protocollo affidato al Prof. Veronesi, comprendeva – come apprese il Prof. Di Bella dai collaboratori del Dr. Guariniello – una randomizzazione relativa a tre “bracci”, riguardanti donne affette da tumore mammario (“Carcinoma mammario T2 – >2 cm- N0-1 Recettori estrogenici positivi): il Braccio A prevedeva un trattamento con il ricorso al solo Tamoxifene (20 mg/die), il B al solo MDB, il C a Tamoxifene+MDB. Nel foglio relativo si legge, scritto a penna:”Si decide di sopprimere il braccio C e di affidare lo studio solo all’I.E.O.

17 Ecco il testo, firmato da Marzio Branca e da Enrico Aimi, successivamente utilizzato quale comunicato stampa: “Modena, 5 maggio 1998. In data odierna il prof. Luigi Di Bella ed alcuni suoi stretti collaboratori hanno ricevuto presso lo studio modenese del Professore una delegazione composta dal Direttore dell’Istituto superiore di sanità, dai due coordinatori del gruppo di lavoro della Commissione oncologica nazionale e da altri funzionari del Ministero della sanità e dell’Istituto stesso. Nel corso dell’incontro è stata definita una proposta di messa a punto degli schemi terapeutici delle sperimentazioni in corso, che comunque non mette in dubbio la validità dei protocolli sinora utilizzati. E’ stata altresì concordata la esclusione dalla sperimentazione, disciplinata dal D.L. n. 23 del 1998, di un protocollo e di un braccio di un secondo protocollo per i quali non era stato possibile registrare un sufficiente reclutamento di pazienti. Sono stati infine presi gli opportuni accordi perché persone di fiducia del prof. Di Bella affianchino gli esperti dell’Istituto superiore di sanità nelle attività di controllo sulle sperimentazioni in corso”.

18 La circostanza viene segnalata al Dr. D. Greco dell’Ist. Sup. della Sanità e, per conoscenza, al Capo di Gabinetto del Min. della Sanità con lettera AIAN Roma del 22/5/98 e successiva del 22/7 al Ministro della Sanità ed all’Ist. Sup. di Sanità. La stessa Associazione presenta un “Esposto Cautelativo” in data 1/7/98.

19 Nel documento già citato in precedente nota (Procedure per il rapporto tra i mass media e i partecipanti alla sperimentazione MDB) si legge sub “princìpi ispiratori: “solidarietà con i cittadini sofferenti di tumori” e, a pag. 2, sub “Strategie di comportamento”: il personale partecipante alla sperimentazione si impegna a non fornire opinioni o impressioni in merito alla terapia in sperimentazione.

20 Lettera AIAN Roma, a firma della Presidente Patrizia Mizzon, indirizzata al Ministro della Sanità: “…presso la ns Associazione arrivano notizie secondo cui – in concomitanza con l’inizio della distribuzione dei farmaci a prezzo politico – somatostatina ed octreotide – riguardanti il MDB, si sarebbero verificati, anche in pazienti che stavano attraversando un periodo di netto miglioramento, degli improvvisi aggravamenti o effetti collaterali imprevisti. Quindi invitiamo anche Lei, signor Ministro, a sollecitare gli Organi competenti ad un maggiore controllo sia sulla catena produttiva che distributiva di tali prodotti”.

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