Autore: Adolfo Di Bella
Il presente sito costituisce il complemento ideale dell'altro sito ufficiale, il sito a vocazione medico-scientifica www.metododibella.org, al quale sovrintende mio fratello Giuseppe. Un sito quindi - il presente - di carattere divulgativo, che costituisce un riferimento affidabile, un supporto informativo gestito direttamente da chi porta il cognome Di Bella, intonato ad intransigente aderenza, nello spirito e nella lettera, alla mentalità ed agli orientamenti del Prof. Luigi Di Bella.
Un sito dedicato ai pazienti, ai loro cari ed a quanti desiderino conoscere la vera
mentalità e la vera concezione umana e ideale di Luigi Di Bella. Di
più: un rifugio nel mondo e dal mondo, dove trovare conforto e risposte concrete;
dove raccontare la propria storia, ascoltare quella altrui, chiedere
consiglio e darlo, sedere insieme sotto una pergola nelle stagioni
calde, accanto al camino in quelle fredde, esporre emozioni,
preoccupazioni, ansietà, confrontarsi con altri che abbiano
attraversato o stiano attraversando analoghe esperienze. Creare, in
sostanza, un ambiente familiare non
affettato ma sincero, dove tutti contano, ma nessuno conta troppo,
all'interno del quale trovare calore umano e sincera amicizia, con il
fine ultimo di creare una comunità che aiuti
a lottare contro la malattia, le difficoltà e l'indifferenza
dell'attuale società: senza sentenzialismi, omelie, supponenze, pose
oracolari. Dove regnino comprensione, amore per l'uomo, gioia di fare
del bene e siano banditi polemica, stizza, protagonismo. Intendiamo
tentare - per quanto a noi possibile - di ricreare quell'inesprimibile
atmosfera di pacificazione dello spirito e di sofferta e genuina
solidarietà che avvertiva qualsiasi persona si sedesse nello studio del
Prof. Di Bella. Non che basti "ricreare un'atmosfera": c'è una folla di
persone disperate e preoccupate che ha bisogno di fatti, di aiuto immediato, vuole sapere, essere certa di percorrere la strada giusta. Questo, noi tutti, cercheremo di fare e di dare, in memoria di Luigi Di Bella.
Quanto ai medici che dicono di prescrivere il Metodo, pochi
lo prescrivono davvero; molti credono di prescriverlo; altri, stizziti
dalla pubblica e categorica affermazione del Prof. Di Bella "non riconosco alcuno come allievo o collaboratore", hanno creduto di poter colmare con la presunzione ed una grottesca ambizione la siderale
distanza di intelletto e di cultura che li separa dal Grande Scomparso,
ben lontani anche dalla modesta limpidezza che caratterizza la
prefazione di mio fratello Giuseppe al suo recente libro "Il Metodo Di
Bella": "non ho alcuna parte o merito, neppur minimo, nella formulazione e codificazione del Metodo";
altri ancora hanno sfacciatamente camuffato finalità di lucro, balzando
a volte ai disonori della cronaca. Non è difficile individuare i
comportamenti consoni alla concezione morale del Prof. Di Bella:
basterebbe interrogare la propria coscienza, che non potrebbe approvare
la ricerca affannosa di visibilità, né il cercare mortificanti
autosponsorizzazioni. D'altronde sono tutti a conoscenza del severo
imperativo etico reiteratamente rivolto a chi gliera vicino da Luigi Di
Bella, che lo ribadì ulteriormente nelle sue ultime volontà: "non pubblicizzate mai nomi di medici".
Duro,
ma privilegiato il ruolo affidato dal destino a noi figli: gratificati
dall'amore e dalla stima di un simile spirito, ma anche bersagli della
malevolenza, della cattiveria e dell'ingratitudine, vittime a volte
della nostra stessa ingenuità e delle mene di chi ha tentato (invano)
di applicare subdolamente il vecchio cinico principio: "divide et impera".
Estenuati dalle
bassezze e devastati dal dolore per la perdita di nostro padre, ci
siamo ritrovati come storditi, invecchiati precocemente, silenziosi ed
ancora scossi dal brivido di aver visto strisciare ad un palmo dai
piedi il Male che regna sulla nostra
contemporaneità: quel male che Luigi Di Bella, come il Grande Pontefice
spentosi due anni dopo di lui, ha combattuto per tutta la vita. Ma ci
siamo ritrovati, e guardando i muti, ma pur così vivi ricordi di Papà,
abbiamo risentito i consigli e gli insegnamenti di tutta una vita,
visto sfilarci davanti agli occhi i ricordi dell'infanzia,
dell'adolescenza, il viso suo e della mamma, il protettivo tepore della
vecchia casa, l'ammiccare delle luci natalizie che ha incantato i
giorni più intimi della nostra unione familiare. Ed abbiamo compreso
che se sono preziosi collaborazione ed aiuto di terzi, se il nostro
impegno non può avere sosta, siamo e dobbiamo rimanere soli nelle
decisioni più impegnative, compendiarci e correggerci a vicenda, ove
necessario, ma di noi soltanto fidarci totalmente: ce lo impongono le
ragioni del sangue, l'esperienza fatta e la saggezza di nostro padre,
che ha sempre rifiutato di rilasciare a chiunque deleghe o mandati per
rappresentare la sua persona o la sua opera. Il nome e lo stampo
Di Bella lo portiamo dalla nascita, con umiltà ed orgoglio. Sta a noi
mostrarcene degni, tutelarlo e ricordare sempre, specie nei momenti di
sconforto, l'estremo lascito di nostro padre: "non muoio completamente, perché quello che ho fatto continuerà ed io continuerò in voi figli".
La nostra conoscenza dei malati non è stata virtuale,
ma diretta. Con loro, con migliaia di loro, abbiamo parlato per
decenni, occhi negli occhi, mentre seduti nell'anticamera dello studio
attendevano con ansia di essere visitati; oppure in piedi per ore, col
buono ed il cattivo tempo, col caldo od il gelo, sul marciapiedi
antistante l'ormai famoso cancelletto di via Marianini 45 a Modena,
mentre disperati chiedevano un aiuto per sé, per i loro cari, i propri
figli, i propri genitori, il compagno o la compagna della loro vita.
Migliaia di visi, di voci, di storie, di caratteri, di situazioni di
vita; un vapore di sofferenza che sembra ancora esalare dal
luogo e porta istintivamente a segnarsi quando si entra. Non sono pochi
quelli che tornano per rivedere quel cancello che ha dischiuso loro la
strada della salvezza. Quando rispondiamo, a chi ringrazia, che siamo
noi loro debitori, non lo facciamo per retorica dissimulazione: li
ringraziamo di cuore per quanto ci hanno insegnato, per la gioia di
fare del bene donataci, per il balsamo che le loro lacrime davanti ai
ritratti di mio padre stendono sui dolori provati, le disillusioni,
l'ingratitudine, le malvagità. Senza questa gavetta è difficile o impossibile capire e rendersi utili, né dire qualcosa che giunga al cuore.
La sera di domenica otto giugno 2003,
quando ancora nutrivo l'illusione che la sua forte fibra gli facesse
superare la malattia, ero seduto accanto al suo letto d'ospedale
insieme a mio fratello. Alla presenza di alcuni amici di vecchia data,
ci parlò a lungo. Sembrava di essere tornati cinquant'anni indietro,
quando ci portava con sé all'Istituto di Fisiologia per seguirci negli
studi, io sul manubrio e Pippo sulla canna della vecchia
bicicletta. Quel tempo era ormai lontano, la vita ci aveva provati e
maturati, avevamo le nostre famiglie ed i nostri figli, ma la virile
tenerezza di papà ci faceva sentire ancora con i calzoni corti. Parlò
della sua vita difficile, dei tanti dolori e delle tante amarezze, ma
con un viso disteso dalla serenità. "Non muoio completamente,
perché quello che ho fatto continuerà ed io continuerò in voi figli.
Sono stato fortunato, non so se meritavo due figli come voi".
Parole scaturite dalla sua bontà e dall'amore: amare e comprendere il
proprio padre, un simile padre, non è un merito, ma casomai l'assenza
di un potenziale demerito. Riferendosi poi ad ambienti che lo avevano
sempre contrastato, aggiunse: "Vogliano o non vogliano, prima o poi
dovranno sbattere il muso sulla faccia del sottoscritto. Non
angustiatevi, lavorate serenamente, perché questo avverrà. Ma ci vorrà
ancora tempo". Si udivano i rintocchi delle campane del Duomo, il
cui suono solenne accarezzava quei capelli, candidi come piume
d'angelo. Dopo qualche istante di silenzio, tra la commozione generale
ci strinse le mani, poggiò le sue sul nostro capo e mormorò: "Vi benedico",
con uno sguardo che non dimenticheremo mai più. Tre settimane dopo,
alle dieci e quattro minuti della mattina del primo luglio, esalava
l'ultimo respiro tra le mie braccia.
I falsi amici sono stati tanti, quelli
veri pochi e tra questi, esponenti delle associazioni, destinatarie,
dopo noi figli, dell'unica legittimazione espressa dello Scienziato.
Quanto alle azioni individuali, sarà il futuro a indossare la toga del
giudice: per quel che ci riguarda, preferiamo lasciare ad altri i
giudizi, trarre insegnamento dall'esperienza acquisita e concentrarci
sul nostro impegno.
